Roma, 10 gen – Roberto Burioni è riuscito nel miracolo, il che non è poco, per uno scientista come lui: ha messo d’accordo Beppe Grillo e Matteo Renzi. I due leader politici hanno infatti sottoscritto un presunto “patto a difesa della scienza” lanciato dal famoso medico “blastatore”. L’adesione di Grillo fa scalpore, dato che il suo movimento ha sempre apertamente flirtato con qualsiasi narrazione diversa dal mainstream, mescolando non di rado argomenti seri e paranoie complottiste. Oltre al dato politico (come prenderà la base grillina questo endorsement?), è tuttavia interessante sviluppare un ragionamento sul linguaggio di tale “patto per la scienza”, perché nei suoi pochi punti sembra replicare esattamente quelle ingenuità epistemologiche che da sempre rendono problematico il discorso, apparentemente di buon senso, portato avanti da Burioni (al netto della sua personale, ostentata e controproducente antipatia).

Il primo punto dell’appello recita: “Tutte le forze politiche italiane s’impegnano a sostenere la Scienza [la maiuscola è nel testo – ndr] come valore universale di progresso dell’umanità, che non ha alcun colore politico, e che ha lo scopo di aumentare la conoscenza umana e migliorare la qualità di vita dei nostri simili”. Giusto, ma che vuol dire “sostenere la Scienza”? Non si sostiene mai la “Scienza” in quanto tale, ammesso che poi esista una tale monolitica entità, si sostengono pratiche concrete, si finanziano progetti, si sceglie tra diverse soluzioni alternative che potrebbero apparire tutte ugualmente “pro Scienza”. Sorvoliamo sul carattere problematico del concetto di “progresso universale”, per non farla troppo lunga, e concentriamoci sul fatto che la scienza “non ha colore politico”. Certo, 2+2 fa 4 per un elettore del Pd e per uno della Lega. Ma dobbiamo affermare e sottoscrivere che la scienza non ha mai, per nessun motivo, in nessun caso, rapporti talora tossici con il potere politico e finanziario?


Sostenere che la scienza sia solo e sempre questo, anche quando dice che 2+2=4, come fanno i complottisti, è assurdo. Ma sostenere che questo invece non accada mai è quanto meno naif. E chi invece vuole indagare su questo aspetto non può essere messo fuori dal consesso civile. Andiamo avanti. Il secondo punto recita: “Nessuna forza politica italiana si presta a sostenere o tollerare in alcun modo forme di pseudoscienza e/o di pseudomedicina che mettono a repentaglio la salute pubblica come il negazionismo dell’Aids, l’anti-vaccinismo, le terapie non basate sulle prove scientifiche, ecc…”. Come non essere d’accordo? Peccato, tuttavia, che nessuno si sia mai qualificato come “pseudo-scienziato”. Bisogna, senz’altro, mettere al bando tutto ciò che si spaccia per scienza senza basarsi su prove documentate, ma senza mettere paletti relativamente a temi e argomenti. Se domani arrivasse davvero una ricerca seria che smonta alcune nostre conoscenze sull’Aids dovremmo chiudere la porta a priori perché lo dice Burioni?

Terzo punto: “Tutte le forze politiche italiane s’impegnano a governare e legiferare in modo tale da fermare l’operato di quegli pseudoscienziati, che, con affermazioni non-dimostrate e allarmiste, creano paure ingiustificate tra la popolazione nei confronti di presidi terapeutici validati dall’evidenza scientifica e medica”. Bene, bravi, bis. Ma, come per le fake news, il sospetto è che si voglia sempre colpire un pupazzo di paglia, per poi invece andare a limitare la libertà di tutti. Le leggi a tutela della scienza e contro l’abuso della credulità popolare ci sono già. In che modo bisogna quindi “legiferare” sulla materia? Non è che per colpire qualche ciarlatano si finirà con il limitare la libertà d’espressione generale? Quarto punto (ne segue un quinto sui finanziamenti pubblici per la ricerca biomedica di base): “Tutte le forze politiche italiane s’impegnano a implementare programmi capillari d’informazione sulla Scienza per la popolazione, a partire dalla scuola dell’obbligo, e coinvolgendo media, divulgatori, comunicatori, e ogni categoria di professionisti della ricerca e della sanità”. Come sopra: è un’ottima iniziativa. Ma di cosa si andrà a parlare nelle scuole? Di biologia molecolare o di come sia necessario, per esempio, avere più accoglienza, come chiedono fior di scienziati sulla base di discutibili argomentazioni che si vorrebbero super partes?

Sia chiaro, con le nostre critiche non vogliamo affermare una sorta di equidistanza tra il luminare e il terrapiattista, tra la ricerca seria e faticosa e la “controinformazione” da bar. Uno Stato serio investe sulla scienza e sulla conoscenza, siamo d’accordo. Ma il modo fintamente ingenuo con cui vengono buttate sul tavolo certe affermazioni, senza un minimo di problematizzazione, ci sembra comunque pericoloso. Perché non esiste la “Scienza” con la maiuscola, immobile, perfetta, immacolata. E non esistono gli scienziati puri, astratti, fuori da un contesto, da rapporti di forza, da pregiudizi politici.

Adriano Scianca

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