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Roma, 30 ago – Tutti pazzi per Ivano, il compagno dei Castelli che dice pane al pane e vino al vino. Repubblica e Corriere (ammesso che fra i due giornali abbia ormai senso fare una distinzione) ne rilanciano il video in cui, a Rocca di Papa, contesta il presidio di CasaPound, definendolo una “rottura de cojoni” per i poveri migranti. E giù risate, nelle redazioni salottiere. Si accodano tutti, da Vice a Roma Today. Ivano viene intervistato, dice la sua sulla crisi della sinistra, ovviamente sempre col tono strascicato d’ordinanza. Un po’ come quando, nei Simpson, Bart diventa il ragazzo “non sono stato io”, costretto dal sistema dell’intrattenimento a ripetere la frase casuale che lo aveva trasformato in fenomeno mediatico (in meme, diremmo oggi), fino allo sfinimento, fino alla consunzione del senso, fino alla noia, che del resto giunge ben presto. Allo stesso modo, Ivano è il ragazzo “rottura de cojoni”.

“Ripartiamo da Ivano”, scrive Gramellini, vedendo nel ragazzone dei Castelli una sinistra capace di parlare come mangia. Salvini parla come i suoi elettori, Martina no, è il ragionamento. E pazienza se tutti quelli che hanno attaccato Salvini in questi mesi lo hanno fatto anche perché parlava come Ivano. Ma come: la dignità della politica è messa in pericolo dai leghisti buzzurri, c’è l’assalto degli analfabeti funzionali alla cittadella della cultura e via indignandosi, e poi appena spunta uno che dice le parolacce e parla in dialetto diventa il salvatore della sinistra? La verità è che la passione della sinistra per Ivano di Marino non testimonia la sua ritrovata autenticità, bensì proprio la sua definitiva perdita di contatto con la realtà. Repubblica che va in visibilio per lo sbrocco in dialetto ricorda un po’ Marco Damilano che si prende una cotta per Zerocalcare, perché anche lui parla in dialetto, viene “dalla strada”, usa i gerghi giovanili, fa allusioni a violenza e illegalità.

È il brivido paternalistico e annoiato del pariolino che entra in contatto con la realtà “maledetta” (che poi maledetta da chi bisognerebbe ancora capirlo). Ivano dice “cojoni”, Zerocalcare dice “accolli” e le signore ingioiellate applaudono. Sembra una scena alla Tom Wolfe, uno di quei party degli anni ’70 in cui, in mezzo all’altissima borghesia che trangugiava caviale, spuntava inevitabilmente il poeta dialettale urdu in abiti tipici o il filosofo barbone che discettava del senso della vita puzzando di vino in cartone, dando alle zitelle dell’alta società quel surrogato di vita vissuta. È il povero da comodino, il compagno incazzato da sfoggiare in salotto. Se uno che “parla come il popolo” ha tutto questo successo non è perché la sinistra si sta di nuovo avvicinando al popolo, al contrario, è perché non sono più abituati a frequentare gente che parla così.

Ma c’è di più. Il punto cruciale, infatti, è che Ivano, così come del resto Zerocalcare, per restare al paragone di cui sopra, a dispetto delle apparenze non costituisce alcun vero riavvicinamento a un senso della realtà meno mediato da schemi culturali alto borghesi. “Tornare a Ivano”, cioè, non significa “tornare al popolo”. Il corpulento antagonista dei Castelli, infatti, viene dai ranghi dei centri sociali. Ora, anche se Damilano sembra credere il contrario, il mondo sedicente antagonista non è affatto una novità pregna di autenticità e incardinata nelle questioni sostanziali della società. Al contrario. È a partire dal mondo dei centri sociali, tanto per dire, che dilagano i primi orrori ortografici proto-boldriniani, tipo l’asterisco al posto delle desinenze al fine di non offendere nessun genere.

È lì che si afferma, per la prima volta, in un contesto in cui la sinistra partitica aveva ancora un qualche dialogo con la classe operaia, l’attenzione prioritaria e maniacale per le marginalità, per le minoranze, per tutto ciò che non è popolo, maggioranza, gente “normale”. È nei centri sociali che si fanno seminari sulla questione lgbt in Palestina e cose simili. Insomma, al di là del folclore dialettale, è esattamente quel mondo ad avere, per primo, iniziato quello sganciamento dalla realtà che poi ha travolto l’intera sinistra. Ripartire da lì significa quindi ripartire esattamente dalla direzione verso il baratro. Un ottimo punto di partenza, per quanto ci riguarda.

Adriano Scianca

6 Commenti

  1. Tipico figuro avvinazzato da centri sociali… Soggetto squattrinato usa & getta per la ” sinistra”… La solita minestra…

  2. Tipico figuro avvinazzato da centri sociali… Soggetto squattrinato usa & getta per la ” sinistra”… La solita minestra…

  3. Sempre un ignobile comunistoide resta,un relitto umanoide che blatera stronzate ipocrite e marziane……..articolo meraviglioso, perfetto, ricordo al pasciuto sinistro che l’Italia spende dai sei ai sette miliardi all’anno per fare vivere come principi i presunti migranti , in realtà africani tribali e analfabeti……. Uno schifo totale.

  4. Poveri comunisti, sono ridotti proprio male. Stanno andando incontro all’estinzione: primo caso al mondo di cancro che si auto-estingue. Poi finalmente si respirerà aria meno mefitica……

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