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Perché la Repubblica Popolare Cinese è “sopravvissuta” a Tienanmen

by Stelio Fergola
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Cina Tienanmen

Roma, 4 giu – Era il 4 giugno del 1989 quando il governo della Repubblica Popolare Cinese chiudeva le proteste di piazza Tienanmen, in corso da più di un mese e mezzo, con una violenta repressione. Sulla falsariga di quanto era avvenuto per mano sovietica a Budapest nel 1956, o a Praga nel 1968  Ma il 1989 è un anno particolare. Perché di quella stagione sono le proteste di piazza di gran parte del blocco orientale guidato dall’Urss, ovvero il Paese guida dell’universo comunista mondiale. Manifestazioni che non vennero represse praticamente mai e proprio per questo produssero degli esiti: la fine dell’impero sovietico (ovviamente, con il compiacimento di Washington che assisteva alla caduta del rivale). Nel caso della piazza di Pechino, l’impero della Repubblica popolare non sarebbe caduto, anzi, nei decenni successivi avrebbe accresciuto la sua potenza, al punto da contendere, oggi, il primato mondiale agli Stati Uniti. Perché? Le ragioni sono due: e la repressione della protesta è quella meno importante.

Piazza Tienanmen rappresentò una presa di coscienza

Il sistema comunista del XX secolo ha dimostrato di potersi reggere solo sulla repressione. Una domanda a cui i comunisti non potevano né sapevano rispondere è il perché dell’impossibilità per i turisti di girare liberamente in moltissime città dei Paesi che abbracciavano il sistema sovietico (in Urss, praticamente, la regola era rimasta generalizzata perfino negli anni di Mikhail Gorbaciov, nonostante gli allentamenti). La stessa costruzione del muro di Berlino nel 1961 fu un atto di debolezza inaudito: un sistema che non ha paura del confronto, realmente solido, non avrebbe dovuto avere bisogno di una recinzione per evitare gli spostamenti dei tedeschi dell’Est ad Ovest. Era evidente già negli anni Cinquanta che qualcosa non funzionasse, visto che l’unico modo che scientificamente ha tenuto in piedi il sistema è stato quello del controllo militare. A Piazza Tienanmen, per l’appunto, quel controllo e quella repressione vennero esercitati. Ma non è la ragione principale della sopravvivenza della Repubblica Popolare Cinese rispetto a praticamente tutto l’universo comunista del secolo scorso. Perché quella nasce da un atto di consapevolezza. Avviato, questo sì, dieci anni prima con i propositi riformisti di Deng Xiapoing. Ma da quel 1989 avviati a un proselitismo di tutt’altra forza.

Un comunismo che non è comunismo

Tienanmen, in realtà, porta l’impero in una nuova dimensione. Le uniche cose che sono sopravvissute del comunismo nella Cina dei decenni successivi sono i colori rossi della sua bandiera, le stelle e la falce e il martello delle celebrazioni ufficiali. Questo se guardiamo alla sostanza dei fatti e non alle stupide banderuole che – in certi casi – identificano addirittura la Russia attuale come una sottospecie di “nuovo sovietismo” dai confusissimi toni comunistici.

La Cina oggi si regge su un’economia per più della metà privata (per lo meno se andiamo a vedere le quote del Pil), formata anche da piccoli, medi e giganti dell’imprenditoria, multinazionali che solo come “parola” nel comunismo sarebbero state considerate vere e proprie bestemmie. Esiste, questo sì, una fortissima economia statale, esiste un controllo dirigista del governo sulle proprietà, esiste il controllo statale sui terreni. In ogni caso, comunismo significa una cosa precisa, e non molti sembrano saperlo anche tra i nostalgici: controllo totale della proprietà dei mezzi di produzione e dell’economia (con diverse varianti, da quella “più tollerante” ungherese alla rigidissima impostazione sovietica, riferendoci sempre al secolo scorso), inesistenza di fatto del mercato (annullamento di domanda e offerta e decisione apriorisitica dei piani quinquennali, con l’unica eccezione della cosiddetta “autogestione jugoslava”, ma sempre nell’ambito di una proprietà privata inesistente).

Nella Cina attuale, che si definisce una “economia socialista di mercato”, non c’è niente di tutto ciò. Esistono ancora i piani quinquennali, ma non controllano tutta l’economia e sopratutto non aboliscono il mercato con la relativa domanda e offerta (altrimenti potremmo definire anche la Germania nazista uno stato comunista e non fu evidentemente così). In parole poverissime, siamo di fronte a un’economia mista, che del comunismo conserva solo i simboli e le dichiarazioni ufficiali del Partito. Ecco perché Pechino è sopravvissuta al 1989: semplicemente, è diventata qualcos’altro.

Tralasciando le interpretazioni del tutto propagandistiche del mondo liberale occidentale (su tutte quella davvero capziosa e inconsistente di Rainer Zitelmann) che cercano in ogni modo di demonizzare l’intervento statale sostenendo che la potenza di Pechino sia dovuta solo alla crescita dell’economia privata, si potrebbe asserire anche l’Unione Sovietica di Gorbaciov stesse diventando “qualcos’altro” negli anni della pererstrojka e della glasnost. Vero. Ci sono però due differenze: anzitutto le riforme dell’ultimo leader sovietico furono dozzinali, frettolose. Poi furono imbastite nel contesto di una democratizzazione, ovvero un percorso molto pericoloso nel passaggio da un’economia pianificata ad una di mercato. Senza mantenere il controllo e il monopolio politico, alle ovvie fluttuazioni dell’appena introdotto mercarto e con uno Stato che di colpo si trova a non incamerare le stesse risorse di prima, era quasi inevitabile che si generassero tumulti, povertà, diffusione della disoccupazione e via dicendo.

A Pechino, invece, si è ragionato in modo diverso: in modo del tutto graduale, si è fatto grosso modo ciò che Gorbaciov fece in Urss (non esattamente le stesse cose, ma con gli stessi scopi). L’azione però è stata perseguita mantenendo il controllo assoluto del potere politico (cosa che il Partito detiene tutt’ora, in un sistema a tutti gli effetti autocratico) e permettendo alle riforme di consolidarsi in modo decisamente più graduale, senza generare effetti domino nella popolazione e nelle parti sociali. A Mosca, concedendo le libertà democratiche nel bel mezzo di cambiamenti strutturali giganteschi, alle prime crisi crollò tutto. Come era inevitabile che fosse.

Stelio Fergola

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