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Roma, 21 set – Fino a pochi giorni fa regnava l’armonia, con Salvini che scherzava dicendo di formare ormai una “coppia di fatto” con il capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio. Nel frattempo, però, è iniziata la discussione sulla finanziaria con il ministro dell’Economia Giovanni Tria a spingere sul freno delle riforme promesse da entrambi i componenti dello schieramento. E adesso la battaglia si sposta anche sul “decreto immigrati” che il leader della Lega e ministro degli Interni starebbe preparando insieme a quello sulla sicurezza.
Il decreto immigrati predisposto dal capo del Viminale prevede un giro di vite non indifferente rispetto alla filo rosso degli ultimi anni. Si parte con l’abrogazione (almeno nelle intenzioni) dell’anomalia tutta italiana del permesso di soggiorno per motivi umanitari, passando per la riduzione del permesso per cure mediche (da due ad un anno) per arrivare infine alle restrizioni sull’acquisizione della cittadinanza.
Previsto in approvazione per oggi, il decreto immigrati è stato posticipato al consiglio dei ministri che si terrà lunedì prossimo. Dietro lo “slittamento” non ci sarebbero però motivazioni tecniche, ma un conflitto che all’interno della maggioranza è sempre stato latente. Non è un mistero che, nei ranghi del M5S, esista infatti una componente decisamente spostata a sinistra (troviamo, fra gli altri, il presidente della Camera Roberto Fico) che su questi temi ha una sensibilità diametralmente opposta rispetto a quella della Lega. In più, i pentastellati temono che Salvini possa per l’ennesima volta rubargli la scena su un argomento rispetto al quale l’elettorato si è dimostrato disposto a pagare.
Da qui la richiesta di smussarne gli angoli, recependo alcuni rilievi – c’è chi smuove perfino la costituzione – da parte dei grillini. Salvini tira dritto spiegando di non voler cambiare una virgola, ma Conte frena: “Tutti i provvedimenti possono essere modificati, fino all’ultimo momento”. Anche qualora il consiglio dei ministri lo approvasse, il rischio è comunque quello che la battaglia si sposti poi in parlamento.
Nicola Mattei

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