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Roma, 16 gen – Si discute molto, in queste ore, dell’uscita sulla “razza bianca da parte di Attilio Fontana, leghista e candidato presidente alla Regione Lombardia in quota centrodestra. Un’espressione che, al di là del contesto in cui è stata pronunciata e della consapevolezza di chi l’ha utilizzata, ha riaperto il decennale dibattito sul termine “razza”.
Gli appelli degli esperti per dichiarare scientificamente inservibile il termine si susseguono da anni. Si tratta di tesi a cui ovviamente devono rispondere altri scienziati, con gli argomenti della scienza, anche se, va detto, ogni volta che qualcuno ci ha provato è scattata una messa al bando molto politica e molto poco scientifica. Ad ogni modo, se la “parola” è imprecisa, obsoleta, superata, squalificata o anche se si ritiene che sia politicamente non più appropriata, se ne trovi un’altra per designare una “cosa” che, però, non può essere messa in discussione. E questa cosa è la biodiversità umana. Un fatto incontestabile, che fa parte non solo dell’esperienza comune di ogni persona che non sia completamente accecata dall’ideologia, ma anche della vita dei genetisti che, pur con le dovute prefazioni di rito sulla presa di distanza dal razzismo, continuano a scrivere libri sulle loro ricerche sulle differenze genetiche tra le popolazioni.
L’esistenza di una fatto, ovviamente, non implica che esso si dia “in purezza”: identità e differenze sono sempre relative, mai assolute. Eppur ci sono. Esistono, “funzionano”, producono senso e generano conseguenze. Nessuno ha mai visto il punto esatto in cui la pioggia cessa di cadere, non c’è mai una linea netta al di là della quale inizia il sereno, ma tutti sappiamo che c’è differenza tra bello e cattivo tempo e non cessiamo di uscire in canottiera o con l’ombrello, a seconda dei casi, solo perché a qualcuno è venuto in mente di “decostruire” i concetti meteorologici. Tutti noi vediamo alla tv i telefilm americani in cui i poliziotti diramano ordini di cattura per individui “caucasici”, “afroamericani” o “asiatici”. E magari, per esempio in Csi, riescono anche a risalire all’appartenenza di un sospettato a una di queste categorie attraverso l’analisi di un reperto genetico lasciato dallo stesso sul luogo del delitto. Constatiamo pure che, quando alcune associazioni di neri decidono di organizzare meeting “vietati ai bianchi” (è recentemente successo in Francia) o quando gli attori di Hollywood decidono di protestare perché nelle nomination ci sono pochi neri, le reciproche appartenenze sembrano chiare a tutti, a cominciare dagli antirazzisti stessi.
Ma come è possibile che i neri esistano quando si afferma che sono troppo pochi, mentre cessino di esistere quando si afferma che sono troppi? Un attore bianco che vincesse l’Oscar e che, alle recriminazioni razziali, rispondesse che lui non è bianco e che la razza non esiste, sarebbe giustamente preso a pernacchie. Ma, ripetiamolo: se è il termine in sé ad agitare i sonni politicamente corretti, allora cambiamolo pure. Se ce n’è un altro più preciso e meno equivoco, che lo si usi. Se la questione è puramente nominalistica, ci vorrà poco a superarla. A meno che, invece, il problema non sia relativo alla “parola”, ma proprio alla “cosa”. Se si sta dicendo che la biodiversità umana non esiste o, più plausibilmente, che non deve esistere, allora il discorso assume tutta un’altra dimensione. In questo caso, siamo in prossimità dell’etnocidio. Qui non si hanno più argomenti, si ha l’autodifesa.
Adriano Scianca



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3 Commenti

  1. Con tutto il rispetto per Adriano Scianca, che ammiro come giornalista e come scrittore, sono stufo di trovare sinonimi per concetti che nella lingua italiana sono già perfetti così come sono. Se uno è cieco, lo chiamo cieco, il termine “non vedente” mi fa schifo. Le razze ci sono e basta, chiamarle “biodiversità” o “Pippo” non ne annulla o modifica l’essenza, quindi tanto vale col chiamarle col suo nome.

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