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Roma, 28 feb – Si è chiusa poche ore fa la quinta udienza del processo Angeli e Demoni sui presunti affidi illeciti registrati in Val d’Enza. Le difese hanno segnalato segnalato carenze e parzialità nel fascicolo delle indagini preliminari condotte dal sostituto procuratore di Reggio Emilia, Valentina Salvi, titolare dell’inchiesta. Nella replica il pm ha spiegato che tutti i fascicoli sono stati presentati alle parti in maniera puntuale. Da una verifica effettuata, soltanto una decina su oltre 200 verbali (e su oltre 20 faldoni) sono risultate le testimonianze erroneamente non inserite che però sarebbero state tutte sfavorevoli alle difese.

Non solo “Angeli e Demoni”

“A questa Procura sono state mosse accuse molto pesanti e non voglio che in quest’aula rimanga alcun dubbio”, ha affermato la Salvi, spiegando che il suggestivo titolo Angeli e Demoni non deve indurre a pensare che esista un pregiudizio – da una parte i bambini innocenti, dall’altra gli imputati – ma deriva direttamente da fatti verificati: demoni erano dipinti i genitori dai professionisti – assistenti sociali, psicologi e terapeuti firmatari di falsi documenti finalizzati alla sottrazione dei minori i quali venivano impressionati attraverso sedute di psicoterapia dove veniva tirato in ballo pure il diavolo – allo scopo di accusare papà e mamma, sotto le mentite spoglie di angeli salvatori dell’infanzia violata.

Oltre ad accertare le responsabilità, il caso Bibbiano – punta d’iceberg del sistema deviato degli affidi, fenomeno diffuso in tutta Italia – rappresenta un’occasione per riflettere sulla galassia della protezione dei minori. Lo dichiara Patrizia Micai, legale ferrarese esperta in diritto di famiglia che segue diversi genitori coinvolti.

Segui i soldi

Come per anziani, immigrati, disabili, violenza, anche l’infanzia beneficia di abbondanti finanziamenti pubblici. I quali finiscono, senza controllo, nelle casse di enti e cooperative.

Quando parte una segnalazione il bambino “attenzionato” viene allontanato dalla famiglia attraverso l’intervento dei servizi sociali e collocato in una struttura. Tra comunità protette e case famiglia per minori, si stima che in Italia siano almeno 1800 le strutture in esercizio. La cifra però è ipotetica perché ogni anno nascono nuove realtà. Molto difficile stabilire il numero esatto dei bambini coinvolti. Non esiste infatti un censimento, benché ogni comune sia dotato di assistenti sociali e professionisti incaricati di seguire famiglie e bambini fragili. La stima dei minori fuori casa si aggira su 30mila bambini. Ogni minore alloggiato in comunità costa alla collettività tra gli 80 e i 150 euro al giorno. In caso di disabilità diventano 400.

Affidi: una montagna di denaro

La gestione degli affidi muove una montagna di denaro, esentasse e senza rendicontazione.Ecco perchè sorge il dubbio che l’alto numero di minori fuori casa sia provocato dagli interessi e non dalla volontà di aiutare. Se infatti si togliessero i finanziamenti a chi gestisce le case protette – intestate tutte a soggetti terzi privati – e si riportasse il servizio in capo ad un ente pubblico, quanti si dedicherebbero a soggetti su cui non c’è nulla da guadagnare?

Sebbene il protocollo preveda la permanenza in struttura per un tempo determinato e limitato, moltissimi bambini entrano neonati ed escono alla maggiore età. Le rette ingrassano i titolari delle comunità e i bambini crescono orfani di genitori vivi.

Un dossier del 2013 che porta la firma dell’avvocato Cristina Franceschini rivelava che molti operatori che affiancano il magistrato togato presentavano conflitti di interesse perché impegnati a vario titolo nelle comunità destinate ad ospitare gli stessi bambini oggetto delle sentenze.

Business anche nel giro delle famiglie affidatarie le quali, occupandosi di un bambino, percepiscono una cifra mensile che diventa uno stipendio. A costituire questa rete sono amici degli assistenti sociali, degli avvocati degli psicologi e di tutte quelle associazioni che si prodigano per diffondere la mentalità dell’affido extra familiare. Una situazione paradossale: da una parte si contribuisce alla distruzione di un nucleo familiare, accettando l’idea che i bambini possano perdere il contatto coi genitori naturali dall’altra si esaltano i benefattori dell’infanzia violata, persone estranee che vanno a sostituire il legame familiare. E’ lecito chiamare questo approccio traffico di esseri umani?

Bambini strappati alle famiglie

Quando parliamo di bambini tolti ai genitori senza reali motivi ci troviamo di fronte a malagiustizia familiare. Nonostante la Costituzione, i diritti inalienabili dei minori garantiti dalla Convenzione Onu, dalla Carta di Noto, dal Codice civile e da normative e regolamenti, questi casi sono talmente tanti che i tribunali non riescono a seguire le pratiche che si accumulano nelle Procure in migliaia di fascicoli.

I motivi che portano un bambino ad essere tolto alla famiglia sono i più disparati. Presunti maltrattamenti, presunti abusi, povertà, separazione dei genitori, conflitti che creano situazioni alienanti e di questi tempi si può portare via un bambino perchè qualcuno della famiglia ha il covid. Basta una segnalazione di un medico, di un’istituzione scolastica e persino di un vicino. E una famiglia si ritrova in casa i servizi sociali del Comune, una squadra legittimata ad accertare eventuali situazioni di disagio e prendere drastiche decisioni che travalicano le proprie competenze.

Il ruolo degli assistenti sociali nel sistema degli affidi

Tra gli strumenti più utilizzati c’è il ricorso all’articolo 403 del codice civile. Provvedimento che dovrebbe essere emesso in caso di abbandono del minore o quando si trova in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica, si utilizza invece in modo disinvolto. Dopo la modifica chiesta nel 2017 dal Pd, permette inoltre ad un assistente sociale di portar via un bambino senza nemmeno l’autorizzazione da parte della magistratura. La famiglia, nella maggioranza dei casi, è totalmente impotente di fronte a questo sistema.

I bambini sono costretti a vivere in ambienti extra familiari (anche per decenni) mentre i genitori vivono un incubo. Se hanno dei soldi, una casa, un’eredità la spendono in avvocati e ricorsi. La prima notte in comunità per un bambino è spaventosa: lo ha raccontato bene Enrico Papi, educatore pluridecennale in servizio presso il comune di Reggio Emilia, esperto e profondo conoscitore del “sistema”.





Nessun bambino è felice di vivere chiuso in una struttura, una casa con le sbarre alle finestre. A parlare con papà e mamma (quando sono fortunati) solo al telefono. Gridando ogni volta gridano tutto il loro dolore: “Mammaaa voglio tornare a casaaa, vienimi a prendere. Adessooo”. Così raccontava nel 2013 la dott.ssa Chiara Cuccaroni, professionista con numerose esperienze lavorative presso comunità, case famiglia e case protette, in una lettera indirizzata all’allora garante per l’infanzia e già presidente Unicef Italia Vincenzo Spadafora, sempre tenuto informato sul funzionamento di questo servizio attraverso registrazioni audio strazianti, video di violenze psicologiche e fisiche su bambini da parte degli operatori, ricorsi e faldoni. Sollecitato a rispondere alle numerose denunce sulla malagiustizia familiare aveva concluso che “tutto sommato il sistema regge”. Regge con le solite modalità come nell’ultimo caso scoperto poco tempo fa in Lunigiana.

Alla base c’è l’odio per la famiglia

E’ l’odio verso la famiglia naturale la motivazione che consente al sistema degli affidi di provocare tanto sconquasso, distruzione e violenza. Il sistema è formato da una galassia di onlus, enti e cooperative accreditate presso le istituzioni che arriva agli affidi coatti con la convinzione che certe famiglie siano del tutto inadatte e incapaci di crescere i bambini e che lo Stato debba intervenire.

Quante volte abbiamo sentito dichiarare da intellettuali, politici e saltimbanchi che i figli non sono di papà e mamma? Ragionamento familiare anche per Federica Anghinolfi, la psicologa del servizio della val d’Enza. Il giudice Ramponi a pagina 253 dell’ordinanza aveva scritto che la responsabile era convinta che “all’interno della famiglia si consumano atroci abusi e che bisogna creare nei bambini un sentimento respingente verso di loro”.

Il sistema degli affidi forzati è dunque un progetto sociale. E ideologico, che abbiamo visto applicato dalla Cooperativa “Il Forteto” dove violenza e perversione stavano dietro la falsa tutela dei minori.

Affidi forzati: il “metodo Cismai”

La narrazione intorno agli affidamenti extra familiari gira intorno al concetto che nella famiglia si consumino violenze, abusi e maltrattamenti. Il mostro è quasi sempre il padre verso il quale si concentrano tutte le accuse. Secondo questi esperti l’abuso sessuale sui minori sarebbe un fenomeno diffuso e in grande prevalenza sommerso. Che gli adulti non vadano ascoltati perché quasi sempre negano. Che l’abuso vada sempre rintracciato anche in assenza di rivelazioni del minore.

E’ il famoso metodo Cismai. Gruppo di professionisti in campo da decenni specializzati nella prevenzione, il riconoscimento e la valutazione delle varie forme di maltrattamento a danno dei bambini, per individuare e diffondere le procedure adatte a intervenire nelle famiglie e offrire agli operatori coinvolti gli strumenti di tutela e sostegno. Una catechizzazione che avviene attraverso convegni e corsi di formazione per psicologi, giudici, avvocati, assistenti sociali ed educatori. Centinaia di professionisti che trovano poi impiego nei Tribunali, nei comuni, negli enti pubblici e religiosi. Formati come segugi per intercettare i segnali di ipotetici abusi sessuali anche quando non ci sono e stanare i genitori a loro avviso “inadatti”.

Questa metodologia non è mai stata riconosciuta valida dalla comunità scientifica. Nonostante ciò si è diffusa in tutta la nazione, sostenuta dalla politica e contribuendo a diffondere false e allarmanti notizie. Come quella per cui in Italia un bambino su cinque sia vittima di abusi e che in ogni città esista una setta satanica. I nomi degli psicologi, degli esperti e delle onlus che fanno parte della rete si trovano in Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Toscana, Sardegna, Campania, Puglia.

Tutto torna

Dopo l’abolizione della definizione padre e madre sui documenti sostituti da Genitore 1 e Genitore 2, la possibilità di scegliere il cognome della madre cancellando il ramo paterno dalla storia del figlio con la scusa di mettere parità fra uomini e donne, recentemente il Partito Democratico nel documento di riforma sanitaria del Friuli Venezia Giulia ha sostituito la parola famiglia con “rete formale e informale della persona”. Una perifrasi per aggirare il superato concetto di famiglia composta da padre madre e figli. La cellula fondante della civiltà è da tempo minacciata da manovratori che hanno in mente un modello preciso. Quello socialista atomizzato: uomini e donne senza relazione con la cura dei bambini delegata ad altri poteri. E i fatti degli ultimi 12 mesi, dove è lo Stato a organizzare tutto – a partire dalla salute – sembra un progetto ben avviato.

Antonietta Gianola

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