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Bergamo, 23 mar – Non solo la sanità è al collasso in provincia di Bergamo. “Le Onoranze Funebri della Bergamasca si stanno ormai preparando, loro malgrado, a sospendere le attività”: inizia così il comunicato di Lia (Liberi imprenditori associati) nel denunciare una situazione lavorativa divenuta ormai insostenibile. Le imprese funebri orobiche non ce la fanno più. Vuoi per la tragica situazione dei decessi, che nonostante la lieve flessione di ieri è ben lungi dal vedere la luce in fondo al tunnel, ma soprattutto per le condizioni in cui gli operatori sono costretti a lavorare.

“È stato deciso di trasformare imprenditori e lavoratori della nostra categoria in vittime sacrificali – spiegano nel comunicato. – Dopo aver resistito per oltre 20 giorni all’emergenza oltre ogni capacità e capienza di lavoro, senza alcun tipo di supporto o tampone di controllo, e dopo aver iniziato anche a contare i propri caduti, con decessi e personale in rianimazione, le imprese sono chiamate a scelte di principio”.

Semplicemente, non sussistono le condizioni di sicurezza per poter svolgere il lavoro senza che questo costituisca un vettore di contagio per gli operatori e per le proprie famiglie: “Per gli operatori del settore non ci sono controlli, non vengono effettuati tamponi, non ci sono dispositivi di protezione individuale. Solo lungaggini e burocrazia che danno più tempo al contagio di diffondersi. Senza supporto, gli operatori si trasformano in diffusori del virus alle fasce più a rischio, anziani, malati, disabili e non solo. La priorità è l’incolumità del pubblico e dei cittadini. Nell’inerzia delle istituzioni, si rischia di
causare un disastro”.

A margine della nota è arrivato anche il commento del presidente della categoria Onoranze Funebri di Lia Bergamo, Antonio Ricciardi, che ribadisce quanto affermato dall’associazione: “È assolutamente irresponsabile continuare ad operare nelle condizioni attuali, entrando e uscendo da strutture sanitarie e dalle case delle persone senza alcun controllo sulla salute. Abbiamo quantomeno bisogno di essere sottoposti ai tamponi, per salvaguardare non solo la nostra vita, ma anche quella delle altre persone. Ci rendiamo conto di essere diventati dei potenziali veicoli di infezione in particolare per coloro più a rischio, ma non solo”.

E conclude invocando un intervento delle istituzioni, senza il quale “ci vedremo costretti a sospendere le attività. È stato deciso di trasformare imprenditori e lavoratori della nostra categoria in vittime sacrificali. Ma ciò che è più grave, è il rischio che questo approccio porta alla salute del pubblico. Il nostro senso di responsabilità ci obbliga a prendere decisioni drastiche”.

Cristina Gauri

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