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Lo stratega che odiava l’Europa: in morte di Brzezinski, la mente della Trilateral

by Gabriele Adinolfi
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Roma, 29 mag – Scarsezza di giacimenti energetici, pullulare di guerriglie nel Terzo Mondo, crisi economica e politica dell’Occidente, gli Usa che sembrano perdere terreno ovunque. Non è lo scenario che più d’uno ha l’impressione – sbagliata – di vivere oggi, è quello degli anni Settanta. Allora la ristrutturazione imperialistica e capitalistica venne affidata ad una minoranza organizzata, la Commissione Trilaterale, che si occupò di operare per realizzare un controllo adeguato alle evoluzioni tecnologiche e di mercato. Essa perseguiva un allargamento all’Europa Occidentale e al Giappone della gestione economico-politica per avviare una dialettica avanzata con il blocco sovietico. In quel frangente vennero proiettati sullo scenario mondiale i due grandi strateghi, Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, spentosi venerdì scorso, in Virginia, all’età di ottantanove anni. Molte cose dividevano i due playmakers americani, l’uno nato in Germania e l’altro in Polonia, e le loro differenze li avrebbero accompagnati anche in seguito.

Paradossalmente Kissinger, consigliere del Presidente di “destra” Nixon, era il maggior sostenitore di un’intesa russo-americana (e anche sino-americana), una linea che ha continuato a difendere ininterrottamente anche ai tempi di Eltsin e ovviamente in questi di Putin. Su quella linea e sugli interessi superiori di Israele finì con l’entrare in conflitto con Nixon che fu poi costretto all’empeachment. Brzezinski, consigliere di Carter su posizioni più “a sinistra”, non ha mai potuto soffrire l’alleanza russo-americana, forse per le sue origini polacche. Fu il consigliere della prima e unica Amministrazione americana tutta targata Trilaterale che, però, paradossalmente, finì in attrito con i russi e con Israele e venne scalzata da Reagan. Sappiamo come andò a finire la “crisi” degli anni Settanta: gli Usa in una quindicina di anni si trasformarono nella unica Superpotenza e fecero il bello e il cattivo tempo. Fino al punto di subire un’altra crisi, quella dovuta alla mancanza di interlocutori (e di nemici che permettono di coagulare).

Da allora gli Usa sono in cerca di un’ideologia di comando e di una nuova versione del Male. Su quest’ultima hanno fatto ricorso al mediocre Samuel Huntington che vanta uno stuolo di complici come Oriana Fallaci. Per il resto si è continuati ad oscillare tra Kissinger e Brzezinski. La Nuova Yalta, più cercata dai russi che voluta dagli americani, fa leva sugli insegnamenti del primo. Il secondo si è invece contraddistinto nel tracciare la linea per una gestione americana in un sistema asimmetrico insieme agli altri players che suggerisce di mettere categoricamente gli uni contro gli altri. Ambo i suggerimenti, quello di un ritorno a Yalta e quello di un’asimmetria in cui si faccia pesare la profonda distanza gerarchica, sono oggi applicati dagli Stati Uniti nei confronti di tutti gli altri soggetti. Brzezinski nel suo Il Grande scacchiere ha anche messo l’accento sul luogo che ritiene centrale per il dominio geografico, economico ed energetico del Mondo, quell’Heartland nella congiunzione eurasiatica che, al di là delle potenzialità di arterie e di materie prime, è anche sede di misteri e simboli conteso da tutte le forze esoteriche e d’intelligence, cosa che sicuramente non avrà ignorato.

La Germania divisa, l’Europa debole, sono dei punti fermi del pensiero di Brzezinski che, ovviamente, persegue il dominio americano nel mondo. Un nemico quindi? Né più né meno di tutti gli altri, di quell’Huntington che viene utilizzato per creare lo spauracchio Isis, tramite il quale sconvolgere e controllare le arterie del gas e del petrolio e indurre inquietudine nelle società occidentali, isterizzate e amanti del Grande Fratello esattamente come l’emblematica Fallaci. O di quel Kissinger che ci ha costantemente chiusi nella tenaglia e che non ha esitato a lasciar crescere le condizioni dello stragismo, del terrorismo e della demolizione dei regimi nazionalistici.
Nemico? Né più né meno di loro, di Bush, di Obama o di Trump. Perché è un giochino davvero inedito quello che va di moda oggi quando, credendoci ormai tutti cittadini del mondo, “scegliamo” nostri campioni in governi imperialistici di vario livello. Solo in tempi come questo si può fare il tifo per Trump contro la Clinton o viceversa, o per Putin o altri che invece di pensare a noi, giustamente, perseguono i loro interessi. Dovremmo invece perseguire i nostri e valutare i politici altrui secondo le loro qualità e i loro difetti e non a seconda del nostro tifo o del nostro paraocchi ideologico. Vieppiù quando, come oggi, si tratta quasi sempre di una fossilizzazione e di una trasmutazione ideologica di quanto non sappiamo più cosa sia stato e cosa potrà essere ancora.

Gabriele Adinolfi

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