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Catania, 14 ott — E’ arrivata la condanna a 136 anni di reclusione complessivi per gli 11 nigeriani accusati di gestire una tratta internazionale di giovani e giovanissime donne, ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi in condizioni disumane. Agli undici imputati sono state comminate pene comprese tra i sei e venti anni ciascuno.



Il processo è stato celebrato con rito immediato al termine dell’operazione Promise land, «terra promessa», durata più di un anno ed eseguita dalla squadra mobile di Catania contro un’organizzazione di immigrati nigeriani che secondo l’accusa, gestiva una tratta internazionale di giovani donne e ragazze, loro connazionali. Lo riferisce il quotidiano online La Sicilia. La pena più pesante, di 20 anni di reclusione, è andata a Osazee Obaswon, 34 anni, detto Ozes, ritenuto il capo dell’organizzazione.

Nigeriani riducevano in schiavitù connazionali

L’organizzazione operava in varie regioni d’Italia: la squadra mobile aveva eseguito arresti in Sicilia, Piemonte e Veneto, il 12 giugno del 2020, nel corso di un maxi blitz. Il sodalizio criminoso operava attraverso cellule presenti in Nigeria, Italia, Libia ed altri Paesi europei, specializzandosi nel traffico di esseri umani, per la gran parte prostitute. E’ stato grazie alla collaborazione di una delle vittime, che aveva finalmente avuto il coraggio di ribellarsi ai propri aguzzini e parlare, che la polizia è riuscita a far luce su una rete che faceva arrivare dalla Nigeria giovani donne, anche minorenni, da instradare sulla via della prostituzione in Italia e altri Paesi europei.

Tra le vittime anche una minorenne (giunta grazie alle Ong)

Le donne rimaste vittime della tratta sono quindici: nelle conversazioni intercettate venivano chiamate «macchine». La prima vittima a collaborare con le forze dell’ordine è stata una minorenne, giunta a Catania il 7 aprile del 2017 insieme ad altri 433 clandestini con la nave Aquarius Di Sos Mediterranèe. E questo la dice lunga sul destino riservato a molti degli immigrati «salvati» dalle Ong, dedite a scaricarci esseri umani entro i confini ma totalmente disinteressate alle loro sorti una volta tornate in mare a recuperare clandestini. 

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Grazie alla testimonianza della minore, gli inquirenti sono riusciti a ricostruire l’attività dei nigeriani, che in otto mesi avrebbero mosso la ragguardevole cifra di un milione e 200mila euro attraverso carte di credito Postepay. Le vittime venivano adescate e ingannate con la promessa di una vita migliore: giunte in Italia scoprivano di dover restituire somme dai 25 mila ai 30 mila euro ciascuna e prima della partenza dall’Africa venivano minacciate con riti juju.

Cristina Gauri



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