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Roma, 30 mag – Il caso Thyssen non è ancora chiuso e gli ultimi sviluppi giungono proprio dalla Germania. I due manager tedeschi Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, tramite i loro legali, hanno avanzato istanza per la semilibertà, che in Germania è chiamata «offener Vollzug», senza però, fino ad oggi, aver trascorso un solo giorno in carcere. Entrambi i dirigenti, infatti, furono condannati, con sentenza passata in giudicato il 13 maggio 2016, a causa dell’incendio scoppiato all’interno dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino, in cui persero la vita 7 operai italiani.

Dirigenti Thyssen in fuga dalla giustizia

Espenhahn e Priegnitz, immediatamente dopo la fine del processo, hanno studiato tutti i metodi possibili, insieme ai loro avvocati, per riuscire a sfuggire alla giustizia italiana. Inizialmente hanno cercato rifugio nella loro nazione di origine, appunto la Germania, poi, solamente in seguito alle numerose pressioni esercitate dall’Italia, le autorità teutoniche hanno deciso di applicare la pena prevista dalla sentenza del tribunale italiano. I due condannati, infatti, devono scontare 5 anni di carcere per omicidio colposo, incendio doloso e omissioni di misure antinfortunistiche.

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Sentendo stringere, finalmente è il caso di dire, la morsa della giustizia, i due complici, ancora liberi, hanno avanzato, repentinamente, la richiesta di semilibertà dopo che a febbraio il tribunale regionale superiore di Hamm ha respinto il loro ultimo ricorso. Nonostante la notevole riduzione dell’attività giudiziaria, causata dalla pandemia, abbia contribuito alla mancata emissione dell’ordine di presentarsi in carcere, la procuratrice Anette Milk sostiene con sicurezza che l’ordine giungerà ai due manager nelle prossime settimane.

Naturalmente bisogna sperare che la richiesta di semilibertà venga respinta, se così non fosse i due colpevoli potrebbero uscire dal carcere durante le ore diurne, rientrare in cella soltanto di notte con una sorveglianza leggera e passare il fine settimana in famiglia.

Neanche un giorno in carcere

L’ipotesi che Espenhan e Priegnitz possano godere di un notevole sconto di pena ha fatto indignare non poco i parenti delle vittime del terribile rogo avvenuto il 6 dicembre del 2007. Rosina Platì, madre di Giuseppe Demasi, morto a 26 anni a causa delle gravi ustioni su tutto il corpo, venuta a conoscenza dell’ennesimo escamotage giuridico che potrebbe aiutare gli ex dirigenti Thyssen a farla franca, in preda a un comprensibile sdegno, ha dichiarato a il Giornale: «È una tragica farsa, quando l’ho saputo mi è preso lo sconforto, ho pianto e sono stata malissimo. Ho scritto al ministro della Giustizia, attendo una sua telefonata, questa è l’ennesima pugnalata dritta al cuore». La rabbia della signora Platì, portavoce del risentimento di tutti i parenti delle vittime del disastro della Thyssen, è decisamente comprensibile, considerando che è da quando venne emessa quella sentenza da parte della Corte di Cassazione (13 maggio 2016, 4 anni fa) che si è in attesa che i due rei scontino la pena. L’iter giudiziario fu piuttosto lungo e intricato al punto da portare, a momenti, ad uno scontro diplomatico tra Italia e Germania, addirittura la cancelliera Merkel fu costretta a intervenire per mettere a tacere le voci che accusavano la Germania di non voler eseguire la sentenza del Tribunale italiano.

«Sono passati 13 anni (dall’inizio del processo, ndr), ma per noi il dolore è sempre quello. Io non sentirò più la voce di mio figlio, i suoi baci. Sono degli assassini, non li perdonerò mai» ha aggiunto la signora Platì. Purtroppo, per lei e per tutti i cari delle vittime, che hanno perso la vita nella fabbrica dei tedeschi, la giustizia è ancora lontana.

Alessandro Boccia

1 commento

  1. Neppure quelli delle Autostrade hanno fatto un solo giorno di carcere per il crollo del ponte di Genova e SONO DIRIGENTI TUTTI ITALIANI!