Sassari, 11 gen — Quando per «salvare vite», si uccidono l’umanità e la comprensione. E i più deboli finiscono per farne le spese, anche morendo. nell’era del Covid, fa ormai parte dell’ordinaria amministrazione. E’ quanto successo l’altro ieri a Sassari, dove una donna, incinta alla quinta settimana di vita, si è presentata al pronto soccorso ostetrico lamentando perdite e dolori; vaccinata ma sprovvista di tampone, è stata respinta e ha perso il bambino. 

Incinta non ha il tampone e non la visitano

«Aveva accusato delle piccole perdite, ma ciò che la preoccupava di più era il mal di pancia, sempre più forte», racconta il marito a La Nuova Sardegna. La coppia si era presentata all’ospedale San Pietro, dove avevano chiesto alla donna se fosse vaccinata e se avesse fatto il tampone da poco. Due dosi, terza prenotata, ma nessun test Covid recente. Dato l’alto numero di contagi dell’ultimo periodo, il medico del reparto di Ginecologia «riferisce a mia moglie che non poteva essere visitata, perché per accedere occorreva un tampone molecolare. Non si può fare subito? Chiediamo. La risposta è che prima di lunedì sarebbe stato impossibile. In ogni modo ci tranquillizza dicendoci di tornare pure a casa, monitorare la perdita, e qualora dovesse aumentare, di ripresentarsi immediatamente». 

L’aborto spontaneo

La coppia, rinfrancata dalle parole del dottore, si avvia verso il parcheggio. Il marito non fa nemmeno in tempo ad accendere l’automobile che l’emorragia sfocia in un aborto spontaneo. Il bambino è perso. «So benissimo che queste cose durante il primo mese possono capitare. E non voglio dire che una visita avrebbe potuto cambiare il destino», puntualizza la donna. «Ma io mi sento profondamente triste e arrabbiata, perché ciò che mi è mancata è stata la comprensione umana. Mi sono sentita messa da parte, perché penso che una visita a una mamma incinta che sta male, che aspetta questo tesoro da cinque anni, sia un diritto sacrosanto. Mi avrebbe aiutato ad accettare tutto con meno amarezza».

Le parole del primario

Sempre sulle colonne della Nuova Sardegna, il primario di Ginecologia Giampiero Capobianco, si giustifica così: «In queste settimane siamo stati costretti a correre ai ripari. Un cluster interno sarebbe un disastro, dobbiamo proteggere le altre donne ricoverate in attesa di partorire. Per questo i casi più semplici, in assenza di un tampone, cerchiamo di risolverli nel pre-triage. La paziente ha parlato di una lieve perdita e di dolori addominali, è una situazione purtroppo frequente a 3-4 settimane di gravidanza, e gestibile a casa. La nostra raccomandazione è stata quella di tornare immediatamente, qualora l’emorragia non passasse o aumentasse».

E conclude: «Noi vorremmo poter visitare tutti come prima, ma dobbiamo preservare il reparto. Nei giorni scorsi, grazie allo screening molecolare preventivo, siamo riusciti a intercettare otto donne positive. E le abbiamo potute gestire nella nostra area Covid. Ci dispiace davvero per quello che poi è accaduto alla paziente. Ma, è triste dirlo, noi non avremmo potuto cambiare le cose. Non almeno in una fase così prematura del feto».

Cristina Gauri

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5 Commenti

  1. Il primario ginecologo guarda il dito è ignora la luna. Il fatto gravissimo è l’omissione della cura con il pretesto del terrore sanitario. Non è infatti concepibile che la prestazione specialistica ospedaliera cui aveva diritto la signora gestante sia stata sostituita da un frettoloso invito a tornare a casa e a riguardarsi, motivato dalla circostanza che la stessa non si fosse sottoposta a un tampone.

  2. L’ ospedale di Sassari è il peggiore di Italia. Alcuni reparti come geriatra sono dei lager. Lo dico per esperienza personale.

  3. Andate in geriatria sempre a Sassari e vi accorgerete che di tratta di reparto lager. Ospedale terribile.

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