Roma, 11 gen – Centro propulsore di vecchie e nuove vie della seta, di spietati khanati e fuochi ancestrali. Terra della steppa, segreto scrigno di un grande gioco che fu e che torna sempre. Cosa succede nel misconosciuto Kazakistan, d’un tratto balzato agli onori della cronaca internazionale?
Per comprendere le mosse di una nazione – nonché le mire estere su di essa – è essenziale innanzi tutto osservare la sua carta geografica. Prima di qualsivoglia analisi sul governo che ne regola le dinamiche politiche interne e le relazioni internazionali, bisogna osservarne i confini. Puro esercizio di geografia, pratica tanto basilare quanto frettolosamente dismessa a vantaggio dell’abusato vezzo geopolitico che tutto dice e nulla inquadra davvero.

Le principali ipotesi sulla rivolta

Sulle rivolte in Kazakistan si sprecano così le ipotesi più bislacche. Un improvviso ritorno all’ottocentesco azzardo, quando russi e inglesi muovevano pedine, leggendari personaggi – poi ricamati dalla penna di Kipling – per lo più gettati nella mischia del mistero che regnava sovrano. Eppure oggi la storia dovrebbe essere meno occulta, quantomeno a sufficienza per non accecarci a tal punto da sproloquiare di crisi dei bitcoin. Già, per cogliere il nesso della rivolta kazaka, qualcuno ha citato davvero la criptovaluta escogitata dal fantomatico Satoshi Nakamoto. L’improvviso blackout alla rete internet avrebbe sconquassato d’un tratto questa nazione transcontinentale, la nona più vasta del mondo a cavallo tra Europa e Asia. Come mai? Perché il Kazakistan è il secondo Paese al mondo (subito dopo gli Stati Uniti) per capacità di calcolo offerta alla blockchain, su cui avvengono le transazioni in bitcoin.

C’è poi chi si limita a rilevare la rabbia dei cittadini causata dall’aumento dei prezzi del Gpl – carburante a quelle latitudini maggiormente utilizzato per i veicoli – con innalzamento conseguente dei prezzi del cibo, già schizzati alle stelle a causa della pandemia. Tutto ha un senso, perché nulla si può escludere quando si hanno poche informazioni chiare. Ben poco trapela dalla steppa kazaka, ordunque ogni valutazione può essere tollerabile.

Kazakistan, osservare la carta geografica

Per non farci travolgere dal grande dubbio, urge però rimettere mano al monito iniziale: osservare la carta geografica. Guardiamola bene allora. Il confine più lungo del Kazakistan è quello con la Russia a nord, circa 7mila chilometri. A est la Repubblica centroasiatica confina con la Cina, a sud con Kyrgyzstan, Uzbekistan e Turkmenistan e a ovest con il Mar Caspio. Rileggere bene, per sicurezza. Sarà allora sufficiente per comprendere perché la destabilizzazione del Kazakistan è uno scenario infernale per Mosca e per Pechino. Innescherebbe crisi economiche alla frontiera e flusso di migranti scongiurabile.

Kazakistan, mappa

Vladimir Putin ha parlato di “metodi Maidan”, evocando le rivolte ucraine del 2013, e ha detto chiaramente che non permetterà un’altra “rivoluzione colorata”. Non può permetterselo, non può limitarsi a guardare una guerra di potere interna tra padre della patria (Nazarbayev) e attuale presidente (Tokayev) di quella che è pur sempre un’ex Repubblica sovietica. Non può veder sprofondare nel caos totale il secondo produttore di petrolio della Csi, la Comunità degli Stati Indipendenti. Sospetta che la longa manus americana abbia manovrato le proteste, scoppiate pochi giorni dopo l’incontro con Joe Biden per affrontare la questione Ucraina.

I timori russi (e non solo)

In Russia aleggia lo spettro dell’inquietudine, lo stesso temuto dalla Cina e per certi versi dall’Iran, spaventata dalla messa in discussione di vecchi accordi (si veda in particolare quello di Aktau) di collaborazione sul Mar Caspio, centro nevralgico delle arterie di gas e petrolio. Per questo Putin punta il dito contro “forze esterne”, ree di aver causato i disordini che hanno sconvolto il Kazakistan. Per questo, ufficialmente rispondendo all’appello del presidente Tokayev, ha inviato unità dell’esercito russo delle forze di pace appartenenti all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto). Una missione che sarebbe terminata oggi, con il momentaneo ritorno all’ordine. “La missione principale delle forze di mantenimento della pace della CSTO si è conclusa con successo”, ha fatto sapere Tokayev. Ma se torniamo a osservare la carta geografica, sappiamo bene che i sommovimenti non sono finiti qua. Il Kazakistan ha confini delicati, si prestano benissimo al nuovo grande gioco.

Eugenio Palazzini

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