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lavoratori_campiRoma, 21 lug – Quella di Mohamed è una triste storia esemplare. Mohamed aveva 47 anni, veniva dal Sudan, faceva il bracciante agricolo in Puglia. Costretto a stare chinato per ore sotto al sole, con temperature che hanno toccato i 40°, Mohamed si è accasciato e non si è rialzato più. In molte tradizioni, e probabilmente anche nella sua, la morte lontano dalla patria, in terra straniera, senza le cure dei propri cari, senza la possibilità di un collegamento con coloro che sono stati e con coloro che saranno, è la morte più ingrata.
Viene da chiedersi perché Mohamed non abbia deciso, un giorno, di andare dal suo datore di lavoro e dire: “Caro signore, ho deciso che lei debba farmi un contratto. Con l’occasione, ritengo di dover lavorare la quantità di ore stabilita dalla legge, percependo un compenso legale, con tutte le tutele del caso”.
Mohamed non l’ha fatto, e sapete perché? Perché sapeva già quale sarebbe stata la risposta: “Amico mio, la porta è quella, te ne puoi pure andare. Fuori di qui ce ne sono centinaia, migliaia come te. Una fila sterminata, un vero e proprio esercito di gente pronta ad accettare queste condizioni e anche di peggiori. Vengono da tutti i continenti solo per mettersi in fila di fronte alla mia porta. Ed è la vastità di questa fila che non ti permette di stare qui di fronte a me a reclamare diritti”.
I casi come quello di Mohamed non sono un’eccezione, non sono un malfunzionamento del sistema, non sono danni collaterali di un meccanismo ancora non oliato: sono l’essenza stessa del sistema. L’immigrazione funziona per questo. La Boldrini, Alfano, Repubblica, Formigli sostengono esattamente questa cosa qua.
Pensare a un’immigrazione in cui Mohamed venga pagato il giusto e faccia dei lavori con delle tutele è una contraddizione in termini: gli immigrati servono proprio per fungere da schiavi, servono perché non sono lavoratori normali, perché non hanno potere contrattuale. Se si riuscisse ad equiparare le loro condizioni di lavoro alle nostre, gli immigrati non servirebbero più. Resterebbe, certo, una minoranza di fanatici che li reclamerebbero solo per le virtù intrinseche del meticciato. Ma il loro estremismo genocidiario, senza la spinta dell’interesse economico, non riuscirebbe a compiere seri danni.
Mohamed serviva proprio così: senza diritti, senza nome, senza volto, un numero fra tanti, uno schiavo fra molti, braccia senza voce. Avesse avuto diritti, nome, volto, voce, non ce ne sarebbe stato bisogno, sarebbe stato lasciato in pace. Sugli altari della tolleranza e della fraternità deve scorrere sangue senz’anima. È il solo con cui il meccanismo riesca ad oliarsi.
Giorgio Nigra



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