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Roma, 25 mar – “Da oggi in poi girerò armato”. Sempre più italiani, esasperati dall’insicurezza crescente, stanno pronunciando frasi come questa. Ma se a dirlo è un magistrato, le cose cambiano. Si tratta del giudice trevigiano Angelo Mascolo, che ha scritto una lettera aperta indirizzata ai quotidiani veneti del gruppo Finegil. Tutto nasce da un episodio banale: il magistrato, alla guida della sua auto, aveva sorpassato un’altra vettura, che tuttavia gli si era incollata alle spalle, con fare rabbioso. Evidentemente alla guida dell’atra macchina c’erano dei soggetti vogliosi di fermare Mascolo e vendicare chissà quale torto subito sulla strada.

L’apparizione provvidenziale di una pattuglia dei carabinieri ha evitato che il confronto a distanza degenerasse, ma tanto è bastato per spingere il giudice a ragionare sulla necessità di essere armati: “Se fossi stato armato, come è mio diritto e come sarò d’ora in poi, che sarebbe successo se, senza l’intervento dei carabinieri, le due facce proibite a bordo della Bmw mi avessero fermato e aggredito, come chiaramente volevano fare?”, si chiede. E aggiunge: “Se avessi sparato, avrei subito l’iradiddio dei processi – eccesso di difesa, la vita umana è sacra e via discorrendo – da parte di miei colleghi che giudicano a freddo e difficilmente – ed è qui il grave errore – tenendo conto dei gravissimi stress di certi momenti”.

Il problema della legittima difesa “è un problema di secondo grado – accusa Mascolo – come quello di asciugare l’acqua quando si rompono le tubature. Il vero problema sono le tubature. E cioè: lo Stato ha perso completamente e totalmente il controllo del territorio, nel quale, a qualunque latitudine, scorazzano impunemente delinquenti di tutti i colori”. Per il giudice, “la severità nei confronti di questi gentiluomini è diventata, a dir poco, disdicevole, tante sono le leggi e le leggine che provvedono a tutelarli per il processo e per la detenzione e che ti fanno, talvolta, pensare: ma che lavoro a fare?”.

Giuliano Lebelli

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