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Roma, 31 ott – Venerdì scorso Napoli ha vissuto momenti di guerriglia urbana, così come Roma sabato pomeriggio infine Torino e Firenze ieri. Le cronache le lasciamo a chi di dovere, tanto vengono manipolate senza la ben che minima remora. La narrazione filo governativa vuole che la manifestazione di Napoli sia stata organizzata dalla Camorra per tenere aperte le attività; mentre sabato e martedì pare che i fascisti abbiano messo a ferro e fuoco la capitale (parola della Boldrini, che per fortuna allora non ha visto la gente in strada a Verona altrimenti avrebbe denunciato una rivolta antidemocratica fascista).
Quello che, tuttavia, dovrebbe far riflettere non sono tanto i rivoltosi o le rivolte, nemmeno i partecipanti alle rivolte stesse. Quello che dovrebbe far riflettere è la bontà delle manifestazioni.

Il ruolo delle rivolte nella storia

Stiamo vedendo, man mano che passano i giorni, che le manifestazioni iniziano a essere organizzate in modo più o meno autorizzato in tutta Italia; in più nelle principali città italiane (Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Firenze, Palermo) le manifestazioni si stanno trasformando in vere e proprie guerriglie urbane. Inutile dire che sia sbagliato arrivare a spaccare vetrine di negozi (soprattutto se l’intento della manifestazione è proprio quello di supportare gli esercenti). Ma siamo così sicuri che le manifestazioni, anche se più calde, siano sbagliate a priori? Siamo sicuri che l’unico modo per manifestare il dissenso siano silenziose manifestazioni statiche? La storia ci insegna che solo con rivolte di popolo anche violente, a prescindere dalla condivisione delle motivazioni che le hanno generate, si è cambiato l’indirizzo degli eventi. Solo crisi traumatiche per i governi esistenti hanno portato a cambiamenti drastici.

Troppo individualismo nelle proteste

La cenere sotto la brace c’è, la crisi sociale in Italia è sotto gli occhi di tutti e le manifestazioni che si stanno svolgendo in giro lo dimostrano. Manca probabilmente la scintilla, cioè la coesione. Questa unità di intenti può esserci solo se viene fatta un’analisi attenta di quello che succede, senza reazioni di impulso (che come sappiamo l’informazione mainstream strumentalizza a suo piacimento). Probabilmente quello che manca a dare una reale stabilità a questi movimenti popolari sono le giuste parole d’ordine, quello che si può vedere è un forte individualismo: si rivoltano solo quelli che hanno un interesse personale in gioco (ristoratori, baristi, gestori di palestre). Manca forse l’ideale comunitario, l’interesse di popolo ed è qua che chi vuole dare una forma a quanto sta accadendo deve intervenire.

Si dice che gli italiani siano un popolo di pecore, eppure la Storia ci dice altro: gli italiani storicamente sono un popolo forte e orgoglioso, che difficilmente si è piegato. Ci sono stati dei fisiologici periodi di abbattimento, ma ci siamo sempre rialzati per diventare, a seguito di una crisi socio-economica, l’eccellenza in qualsiasi campo mettessimo mano. Ecco, forse stiamo arrivando a questo momento. Non si sta ipotizzando una rivoluzione armata, ma l’intento è comprendere se quanto sta accadendo è aprioristicamente un fatto negativo perché ci sono scontri, bidoni incendiati, bombe a carta ecc. oppure può portare a risvolti positivi. Ebbene, se ci fosse un minimo controllo e organizzazione dietro a tutto questo, forse, sarebbe la volta buona che il popolo italiano, nella sua interezza, avrebbe l’opportunità clamorosa e forse irripetibile, di diventare padrone di se stesso e cambiare tutte le carte in tavola, anzi forse avrebbe l’occasione di ribaltare proprio il tavolo da gioco. La domanda che ora bisogna porsi è: ci può essere un moto popolare unito o no?

Andrea Borelli

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3 Commenti

  1. Purtroppo quello itagliano è un popolo di INDIVIDUALISTI. Metti un italiano e un tedesco nel deserto, l’italiano ne uscirà per primo. Metti 10 italiani e 10 tedeschi, questi ultimi faranno subito squadra e ne usciranno, mentre i nostri ci creperanno litigando fra loro.

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