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Parma, 7 mag – «Mi considero fortunato per essere stato preso in cura in Lombardia e trattato con il plasma ricco di anticorpi neutralizzanti ricavati dal sangue di donatori convalescenti». Parla Mario Scali, il medico di Parma curato a Mantova con la tanto discussa terapia al plasma iperimmune. Una cura sperimentale che sta spaccando l’opinione pubblica in due, tra grandi entusiasmi e inviti alla prudenza e deliberata indifferenza. Scali è intervenuto portando la propria testimonianza a Quotidiano.net. «Sono un medico di famiglia, e capisco che cosa si prova a stare nei panni del malato», spiega.

Il calvario

E racconta la sua esperienza con la malattia: «Sono stato ricoverato 19 giorni all’Ospedale di Mantova, dove lavora anche mia moglie immunologa, nel reparto malattie infettive. Mi era venuta la febbre, l’affanno, altri segni caratteristici, insomma ai primi sintomi ho capito che mi ero beccato l’infezione da Coronavirus», una malattia che «mi toglieva le forze e che avrebbe potuto prendere una brutta piega se non avessi avuto la fortuna di essere sottoposto alla terapia con plasma iperimmune, ricco di anticorpi neutralizzanti contro il virus Sars-Cov-2». Per Scali si è trattato di un lieto fine: «Ora sono guarito, finalmente posso dirlo. Lo hanno provato anche le analisi sierologiche e molecolari cui sono stato sottoposto, un doppio tampone negativo, le immunoglobuline G positive, e IgM negative», spiega. «Ho fatto una sola sacca di plasma e ho avvertito miglioramenti», aveva riferito ieri a Pomeriggio Cinque.

Un atteggiamento troppo prudente

Per il medico, gli inviti alla prudenza di molte delle voci della comunità scientifica dovrebbero riguardare non tanto la terapia ma il fatto che il coronavirus è un’infezione «ancora poco conosciuta», con mille incognite e variabili ancora da scoprire. Ma «la terapia con le immunoglobuline ha una lunga storia. Io ho seguito i corsi di evidence based medicine della Fondazione Gimbe, concordo pienamente sul fatto che devono esserci delle prove di efficacia robuste perché una terapia possa entrare in un protocollo condiviso». Ci vuole rigore, insomma, ma al tempo stesso il dottore si dice «deluso da certe affermazioni che ho letto nella mia regione», l’Emilia-Romagna. Scali, parmigiano, contesta l’atteggiamento della Regione «che definire prudente è poco. Io sono entrato nel protocollo del plasma iperimmune nell’ospedale Carlo Poma di Mantova. E dopo un paio di giorni sono migliorato, tanto che mi hanno passato dalla ventilazione assistita all’ossigeno con maschera di Venturi fino alla respirazione spontanea nel lasso di tempo di otto giorni». A quel punto il dottore, entusiasta per il decorso positivo, ha ben pensato di «segnalare questa esperienza positiva» scrivendo «al direttore del reparto malattie infettive del Policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna».

Prudenza e sperimentazione sono doverosi, ma, appunto, alla fase di valutazione ci si deve arrivare, perché «potrebbe aiutare qualche paziente. C’è chi l’ha definita un tormentone, avvicinandola alla terapia Di Bella e al siero Bonifacio». Ma allora perché anche la «Fda americana ha preso in considerazione il plasma»? E perché in Italia «si sta sperimentando a Mantova, Pavia, Pisa, Padova, mi resta oscuro il motivo per cui da altre parti si sollevano resistenze e perplessità»?

Cristina Gauri

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