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Egitto Eni Regeni
I vertici dell’Eni a colloquio con al-Sisi

Roma, 15 feb – Ci siamo già ampiamente occupati dell’omicidio di Giulio Regeni ed abbiamo sollevato dei dubbi, fondati, sulla reale attività dello “studente” friulano al Cairo. La totalità dei media italiani ormai è concorde nel ritenere il Regeni vittima dei servizi di sicurezza egiziani: per la precisione si sta affacciando l’ipotesi che sia stato ucciso da una frangia ribelle e ostile alla linea ufficiale condotta dalla dirigenza dell’apparato di sicurezza di al-Sisi.

La stampa italiana, però, sta trasformando, come da copione, la vicenda in un peana sull’impegno sociale e democratico del giovane lanciando nel contempo strali contro il regime totalitario egiziano ed i suoi metodi brutali. Ne stanno facendo, insomma, un ennesimo campione della libertà e della democrazia come è successo per Greta e Vanessa, le due “cooperanti” anti Assad rapite in Siria, o come Simona Torretta e Simona Pari rapite nel 2004 in Iraq. Tutto questo non ci stupisce: l’avevamo ampiamente predetto dato che lo impone la vigente cultura liberal-progressista italiana.

Questa campagna mediatica però svia il pensiero facendo leva sui sentimenti, e a noi piace invece restare ancorati alla realtà oggettiva a costo di sembrare cinici. Pertanto riteniamo che occorra fare un po’ di chiarezza sulla situazione geopolitica egiziana, che, come alcuni nostri lettori già sapranno, è molto legata alle sorti del nostro Paese. Al netto delle speculazioni sul fatto che Regeni possa o meno essere un agente dei Servizi Segreti (l’Aise) e sul suo reale ruolo in Egitto, cosa che avrebbe portato, secondo Marco Gregoretti, niente meno che il direttore dell’Aise Alberto Manenti ad intraprendere una visita improvvisa al Cairo in occasione del rinvenimento del cadavere di Regeni, bisogna chiarire alcune dinamiche politico-commerciali che legano l’Egitto all’Italia e ad altri Paesi dell’aria medio orientale e nord-africana.
In primo luogo l’Egitto è e sarà un attore di primo piano per il prossimo intervento armato in Libia. Già in occasione dell’abbattimento di Gheddafi forze speciali egiziane, unitamente a quelle inglesi e francesi, addestrarono e fornirono supporto logistico alle milizie ribelli libiche, come è trapelato da alcuni documenti desecretati del Dipartimento di Stato americano. Del resto l’Egitto aveva, ed ha, tutto l’interesse a diventare la piccola potenza egemone nel Nord-Africa pertanto risulta un alleato prezioso per poter intervenire in Libia; aiuto che risulta ancora più importante dal punto di vista militare e di intelligence dato che il governo del Cairo ha dimostrato di sapersi muovere bene con i propri agenti sul campo, coordinando le tribù della Cirenaica nella lotta contro Gheddafi, e sappiamo quanto sia importante il lavoro di intelligence propedeutico ad un intervento armato, soprattutto nel caso della Libia che è uno stato frammentato in numerose realtà tribali spesso in lotta tra loro. Quindi l’Italia, che almeno sulla carta dovrà essere il Paese che guiderà la coalizione che libererà la Libia dall’Isis, sicuramente desidera continuare ad avere ottimi rapporti con l’Egitto, in modo da poter sfruttare la competenza ed esperienza sul campo maturate in questi anni di guerra civile libica.

Secondariamente, ma non meno importante, c’è da considerare il fattore energetico –commerciale. Recentemente l’Italia, insieme proprio all’Egitto, a Cipro e ad Israele, ha stipulato accordi, tramite l’Eni, per la costruzione di un “hub” energetico per sfruttare le grosse risorse di gas presenti nell’offshore di quella zona geografica che va dal delta del Nilo sino alle coste al largo della Siria. Risorse che fornirebbero, come disse l’Ad di Eni Descalzi in una recente intervista “[…] un importante contributo alla sicurezza energetica europea” soprattutto a quella dell’Europa meridionale, aggiungiamo noi. Del resto la recentissima scoperta di un giacimento supergiant di gas proprio in Egitto ha ribaltato l’assetto strategico commerciale dell’area facendo diventare il Cairo non più paese importatore e di transito del gas medio orientale ma un paese esportatore, sconvolgendo ulteriormente i delicati equilibri tra le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo Orientale. Equilibri che, lo ricordiamo, si basano su alleanze fluide che possono vedere due Paesi uniti nella lotta contro l’Isis in Libia ma “nemici” quando si tratta di mettere le mani sulle fonti energetiche, del resto la storia stessa ci insegna che anche quando due paesi sono in guerra aperta e dichiarata i contatti diplomatici non cessano (non cessarono nemmeno tra Germania nazista ed Unione Sovietica), figuriamoci quando la guerra è solo diplomatica o commerciale.

Avendo questi due punti fermi bene in mente occorre quindi chiedersi a chi fa comodo deteriorare i rapporti tra Il Cairo e Roma tramite l’omicidio di Giulio Regeni. Cui prodest? Di certo non all’Egitto e nemmeno all’Italia o allo stesso Israele, che si appoggia già agli impianti di distribuzione egiziani per commercializzare il proprio gas. Il sospetto è che ci sia in mezzo lo zampino, ancora una volta, di francesi ed americani. I primi, che tramite la Total sono molto attivi nell’area (la compagnia francese è la seconda esportatrice di idrocarburi del Nord Africa), avrebbero tutto l’interesse a far saltare l’accordo per l’hub egiziano patrocinato dall’Eni, i secondi invece per sostituire la nostra dipendenza dal gas africano e medio-orientale (dopo aver già fatto saltare gli accordi con la Russia per il South Stream) con quella del loro gas shale che il presidente Obama si affanna a vendere in giro per l’Europa e che corre il rischio di diventare la prossima bolla speculativa americana a causa della “drogatura” operata dal mercato finanziario con l’iniezione di miliardi di dollari nelle vene delle compagnie di estrazione americane.

Insomma la domanda che dovrebbe farsi l’opinione pubblica italiana non è chi ha ucciso il Regeni, bensì cosa è cambiato dall’omicidio dello studente friulano e chi ne può trarre giovamento a livello internazionale, tutto il resto è fumo negli occhi… un fumo che puzza di metano.

Paolo Mauri

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