Roma, 10 giu — Nonostante alla sinistra piaccia molto pensare a una libertà di immigrare totalmente priva di controlli, assai spesso si scopre a cosa servano i controlli: ultimo esempio in ordine di tempo ci arriva dalla Questura di Brescia, con protagonisti due fratelli, cittadini pakistani. I due, che nei mesi precedenti avevano presentato domanda di asilo politico, sono stati tratti in arresto perché soggetti a un mandato di cattura internazionale emesso dal giudice distrettuale e di sessione di Gujrat — in Pakistan appunto — in seguito a una condanna all’ergastolo per omicidio. Lo riporta il Corriere.



I due pakistani chiedevano asilo politico ma erano condannati all’ergastolo

Ad aggiungere sfumature inquietanti al già grave episodio, le motivazioni legate alla vicenda giudiziaria e alla condanna. I due pakistani, infatti, si sono resi protagonisti dell’assassinio nel contesto di una faida familiare nel piccolo villaggio di Dhori, situato nel distretto di Gujrat. Qui i due, assieme ad alcuni complici e probabilmente istigati da altri familiari, hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco un rivale della famiglia. Per questo la polizia italiana li ha tratti in arresto l’otto giugno ed ora si trovano in carcere, a Brescia.

Il silenzio della sinistra 

Un caso spinoso, anche questo, come quello della povera Saman Abbas, frutto di una cultura radicalmente diversa dalla nostra, dove il patriarcato — quello vero e non quello immaginifico stigmatizzato dalle femministe occidentali — e la cultura tribale la fanno ancora oggi da padroni. I progressisti, votati alla accoglienza totale, rimangono anche in questo caso in silenzio, senza aver commenti da fare e senza nulla da dire. Non è questione di scontro tra civiltà, ma di semplice logica.

Mentre i profeti dell’accoglienza indiscriminata e senza remore cantano le lodi delle folle migranti, immaginando una integrazione immediata e priva di spine, la loro narrazione cade miseramente davanti al peso della realtà. Una realtà che ci dice, spesso, che a non volersi integrare e a voler al contrario rimanere «fedeli» a un modo di vivere difficilmente compatibile con il nostro, sono proprio molti immigrati.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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