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Classifica della felicità nel mondo: Italia al cinquantesimo posto

Roma, 2 mag – Dopo gli Egiziani precipitati nel vortice di rivoluzioni, colpi di stato e povertà endemica, e i Greci strangolati dal debito e dalla troika, gli Italiani sono il popolo che nel mondo hanno perso la maggior parte della propria felicità: ben il 20% in poco più di cinque anni.

A metterlo nero su bianco è il serissimo “Rapporto mondiale sulla felicità” appena prodotto dall’iniziativa Onu denominata “Rete delle soluzioni per lo sviluppo sostenibile”, con sede in Canada.

L’Italia perde cinque posizioni rispetto al precedente rapporto del 2013, collocandosi al cinquantesimo posto e preceduta da quasi tutti gli altri paesi europei: Belgio (dicannovesimo), Gran Bretagna (ventunesimo), Germania (ventiseiesimo), Francia (ventinovesimo) e Spagna (trentaseiesimo), per non parlare dei paesi scandinavi tutti nelle prime posizioni e tanto meno della Svizzera che è primo assoluto. Peggio di noi, nel vecchio continente, c’è solo la Grecia, lontanissima in posizione numero 102.

Molto peggiore, però, è la constatazione, accennata all’inizio, che gli Italiani abbiano perso il 20% della propria felicità nell’ultimo triennio rispetto al triennio precedente la crisi del 2008. Cosa che – oltre alla Grecia – è condivisa in Europa, sebbene in misura leggermente inferiore, dalla sola Spagna. Gli altri “grandi”, o hanno perso molto poco come la Francia, niente come la Gran Bretagna, o perfino guadagnato il 4% di felicità come la Germania.

In quanto alle ragioni della (in)felicità, la ricchezza pro-capite conta molto ma non più del cosiddetto “supporto sociale”, da intendersi non soltanto come welfare (servizi), ma anche come capacità di trovare solidarietà e aiuto nella propria comunità. Importante risulta anche l’aspettativa di vita, che in Italia è una delle più elevate e quindi ha pesato positivamente, conferendo ancora più importanza – in negativo – alla diminuzione della ricchezza e all’insicurezza sociale e relazionale.

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Variazioni del grado di felicità tra il 2005-2007 e il 2012-2014: Italiani terzultimi, perdendo il 20% della propria felicità

Molto meno rilevanti appaiono invece aspetti della vita come la “libertà delle scelte” e la “percezione della corruzione”. Il primo elemento testimonia che in realtà gli Italiani sono disposti ad accollarsi compiti e lavori di qualsiasi tipo, sfatando il mito secondo cui gli immigrati coprirebbero esigenze e mestieri che i nostri giovani non intendono più affrontare. Il secondo – la corruzione – dimostra che in realtà si tratta di un fenomeno relativamente marginale rispetto alle grandi e pessime trasformazioni del nostro tempo.

Data per conosciuta la diminuzione del Pil pro-capite, di cui si è discusso spesso su queste colonne, attribuendola anche in parte considerevole alla demografia naturale nettamente sfavorevole e all’immigrazione selvaggia degli ultimi 15 anni, è verosimile che l’elemento del supporto sociale, che tanto ha pesato sul crollo storico della nostra felicità, rimandi ancora all’insicurezza derivante dalla stessa immigrazione (non ultimo, all’aumento della microcriminalità, essendo per esempio gli immigrati responsabili di quasi il 60% dei furti nelle abitazioni), e la crisi della famiglia tradizionale, cui non è estranea la pressione dell’ideologia gender. Tanto che pure le donne, in Italia, secondo il rapporto Onu si sentono particolarmente infelici: non sarà che la distruzione del maschio tanto pervicacemente perseguita non contribuisce affatto alla felicità femminile?

Interessante è anche quanto evidenziato al capitolo 7 del rapporto Onu, coordinato dall’economista italiano Leonardo Becchetti dell’Università di Roma – Tor Vergata. Vi si sostiene, infatti, che un ulteriore elemento trasversale che pesa sulla felicità delle comunità nazionali sarebbe il grado di corrispondenza della legislazione e delle norme ai valori e tradizioni delle stesse comunità, generalmente conseguenza del grado di partecipazione popolare ai processi decisionali e politici. Ricordando che gli ultimi tre governi, incluso quello guidato oggi da Matteo Renzi, non sono stati eletti da nessuno, conviene stendere sull’argomento un velo pietoso.

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Tendenza della fertilità: figli per donna

Per concludere, è immediato osservare come la curva discendente della nostra felicità nazionale si accordi tristemente con l’andamento demografico e in particolare con la fertilità naturale (cioè, delle donne Italiane), scesa ai minimi storici secondo l’ultimo rapporto Istat. Nel 2014, infatti, le nascite – appena 509 mila – si sono collocate al livello minimo dall’Unità d’Italia, corrispondendo a un tasso di fertilità pari a 1,31 figli per donna. Dato, questo, che contrasta con i quasi due figli per donna straniera residente in Italia: se nel 2014 l’immigrazione netta è diminuita a 142 mila unità, il dato minimo degli ultimi cinque anni, lo sbilanciamento della natalità agisce ormai efficacemente e indipendentemente in funzione della sostituzione di popolo tanto cara alla sinistra boldriniana e affine.

Inoltre, l’età media del parto sale a 31,5 anni: includendo anche le donne straniere che solitamente procreano prima, il dato per le Italiane è verosimilmente ancora più elevato.

Un popolo infelice non fa figli, minando con questo e alla base le prospettive di sviluppo e di crescita anche a lungo termine, e aprendo ancora di più la strada a un paese multi-etnico, sfibrato e rassegnato, percorso più da forze centrifughe che dall’unità degli intenti e degli sforzi.

Francesco Meneguzzo

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