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romMilano, 28 lug – Dopo decine di arresti per furto, rapina, borseggio andranno in carcere. In un Paese “normale” (parafrasando un libro di Massimo D’Alema), non ci sarebbe nemmeno “la notizia”. Che invece è di quelle da prima pagina, perché i soggetti in questione sono donne rom con bambini.
Le “signore” – due italiane nate a Roma, una croata e una bosniaca – incinte o madri di figli piccoli, sfruttavano proprio la loro condizione “femminile” per alleggerire portafogli, borse e valigie e farla sempre franca. Una “carriera”, la loro, fatta di numerose condanne, sempre seguite al ritorno in libertà. Fino a qualche giorno fa, quando un giudice di Milano ha stabilito che dietro le loro spalle si chiuderanno le sbarre di una cella a San Vittore fino al 22 luglio 2018.
I FATTI – Il “curriculum” delle tre zingare dalla mano svelta è di tutto “rispetto”, l’ultimo “colpo” il 23 luglio scorso in via Napo Torriani, a un tiro di schioppo dalla stazione centrale del capoluogo lombardo. Il gruppo di ragazze circonda una turista orientale, una le apre la borsa e le porta via il portafogli con mille sterline e 300 dollari. Pochi minuti dopo gli uomini dell’Unità reati predatori della Polizia locale (coordinati dal comandante Tullio Mastrangelo) riescono a bloccare le ragazze. Alisa H., 21 anni, incinta, ha alle spalle 13 arresti per furto e uno per resistenza; Safeta H., 21 anni, incinta, 7 arresti per furto; Dzanija C., 41 anni, con obbligo di dimora in un campo nomadi di Roma, è stata già arrestata una volta per evasione, 7 per rapina e 6 per furto.
PENA NON SOSPESA – Per la prima volta, racconta un articolo sul Corriere della Sera, la pena non è stata sospesa: “Tenuto conto dell’organizzazione – viene spiegato nella sentenza – delle modalità di azione, dell’allarmante frequenza con la quale le imputate, sempre in concorso, hanno commesso reati ininterrottamente, l’ultimo una settimana fa (il 16 luglio)”, la condanna andrà scontata in carcere. “Inoltre – come aggiunge il giudice – la cospicua refurtiva non è stata reperita, poiché in base alla scaltra organizzazione criminale è stata immediatamente fatta sparire” (le ragazze hanno passato il portafogli rubato a un uomo che è scappato).
DECISIONE STORICA – C’è già chi definisce la sentenza di cui stiamo parlando come “storica”, visto che da anni questo tipo di reato è stato di fatto “depenalizzato”. O, per meglio dire, non ha mai portato al carcere. I magistrati si sono sempre dimostrati di manica larga, a volte anche troppo. Sono numerose infatti le decisioni che hanno riconosciuto più di un’attenuante a episodi di micro-criminalità commessi da rom. Tante le sentenze originali, come quella del 2008, quando la Cassazione stabilì che se una madre va a mendicare portando con sé i figli piccoli risponde di maltrattamenti ma non di riduzione in schiavitù. A patto però che il tempo dedicato all’accattonaggio sia limitato all’orario d’ufficio, dalle 9 alle 13. La possibilità di “elemosina part-time” con minori, veniva giustificata per ragioni “culturali”.
LA MAGIA DELLA MANGEL – La corte d’appello di Napoli, ricostruisce un pezzo di Repubblica di quell’anno, nel 2007 aveva condannato a cinque anni di reclusione Mia V. per riduzione in schiavitù perché sorpresa due volte dalla polizia seduta a terra con accanto il figlio di 4 anni che per ore, in piedi, chiedeva l’elemosina ai passanti. Nel ricorso in Cassazione la difesa di Mia si era appellata alla “mangel”, l’accattonaggio usualmente praticato dalle popolazioni nomadi. Secondo i giudici della suprema corte non era ravvisabile il reato di riduzione in schiavitù perché occorreva tenere presente soprattutto per “genitori che hanno autorità sui figli il confine piuttosto labile tra autorità e abuso”. Soprattutto quando secondo i giudici si tratta di “alcune comunità etniche dove per esempio la richiesta di elemosina costituisce una condizione di vita tradizionale molto radicata nella cultura e nella mentalità di tali popolazioni”.
NON CRIMINALIZZARE – In sostanza la Cassazione invitava a riflettere sulle situazioni di fatto piuttosto che sull’applicazione astratta di un principio giuridico, e a “non criminalizzare condotte che rientrino nella tradizione culturale in un popolo”. Secondo i giudici campani invece la nomade aveva “approfittato di una situazione di inferiorità psichica del minore costretto all’accattonaggio con finalità di sfruttamento economico”. Nell’analisi del caso già i giudici di merito avevano rilevato che la donna mendicava per strada solo per alcune ore. Situazione ben diversa, secondo i giudici, dalla “condotta di chi comperi un bambino e lo utilizzi continuativamente nell’attività di accattonaggio appropriandosi dei guadagni”.
CAMBIA TUTTO? – Difficile dire se la sentenza di Milano farà o meno “scuola” per casi di questo tipo. Di certo, sembra andare nella direzione giusta, riportando un po’ di equità nell’analisi di certi fenomeni. Bisogna infatti sfatare il teorema di un certo ambiente progressista, per il quale la gente è “prevenuta” nei confronti dei rom. La maggior parte dei cittadini, è più che disponibile a riconoscere il loro status di minoranza. Magari non apprezza certi costumi, ma tollera e lascia fare. Quando si parla di reati, però, non capisce perché l’autorità usi due pesi e due misure. A maggior ragione quando di mezzo ci sono anche dei minori. Esiste una casistica amplissima di bimbi tolti a genitori italiani semplicemente sulla base del sospetto (spesso rivelatosi sbagliato) di un possibile abuso. Difficile accettare di fronte ad abusi palesi, come donne che vanno ad accattonare o, peggio, rubare con in braccio la prole, i tribunali accertino senza sanzionare. Non fa piacere a nessuno una sentenza del gente, perché prima di ogni cosa, balza alla mente la condizione disgraziata cui sono costretti questi bimbi, prime vittime di tutta la faccenda. Ma la legge deve essere uguale per tutti.
Giancarlo Litta
 

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