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Riproponiamo questo articolo sulla Battaglia delle Termopili, pubblicato originariamente nel 2016. [IPN]



Roma, 11 ago – C’è chi dice che finì l’11 agosto, c’è chi ne individua il termine un mese dopo. L’anno è certo, era il 480 a.C. Conosciamo anche il luogo: uno stretto passaggio obbligato lungo tra la Locride e la Tessaglia, all’ombra del monte Eta e vicino a un acquitrino inaccessibile che costituiva il limite del golfo Maliaco. Il nome del luogo si deve alla presenza di numerose sorgenti naturali di acqua calda: è il passaggio delle “Porte calde”. Le Termopili. Fu qui che gli Spartani di Leonida si scontrarono contro l’esercito soverchiante di Serse.

Un’epopea che attraversa i millenni

L’episodio è fin troppo noto, tanto da riecheggiare recentemente anche in romanzi come Le porte di fuoco di Steven Pressfield, o in opere come 300, prima fumetto di Frank Miller e poi portato sul grande schermo da Zack Snyder. Se Gates of Fire ricostruisce il sentire greco con maggiore profondità ed esattezza storica, non di meno la versione visionaria, iperbolica e “politica” di Miller e Snyder ha una sua indubbia potenza visiva ed evocativa, malgrado i sin troppi limiti. Ma se c’è ancora qualcosa che ci parla, in quell’epopea, è semplicemente per il fatto che il sangue non è acqua. Esiste, nonostante tutto, una memoria ancestrale europea ardente sotto la cenere.

Cosa sono, le Termopili? La sfida dei pochi contro i tanti. L’affermazione del valore della libertà e dell’onore sulla resa e la vita comoda. La testimonianza di un attaccamento alla patria fino all’estremo sacrificio. L’idea che l’individuo non è l’inizio e la fine di ogni cosa, che ci si può sacrificare per la propria comunità e per i propri figli senza speranza di soddisfazione immediata. Ma non solo. Tutti i racconti greci relativi alle Termopili non fanno che mettere in luce un clima goliardico e strafottente fra quel manipolo di uomini votati a morte certa. Gli aneddoti sono noti: i Persiani sono talmente tanti che con le frecce oscurano il sole? “Meglio, combatteremo all’ombra”. Serse intima di cedere le armi? Leonida risponde: “Vieni a prenderle”. C’è tutta una lunga tradizione, non solo relativa alle Termopili, che racconta di questa ironia virile spartana, che ride in faccia alla morte e sublima la durezza dello stile di vita lacedemone con una leggerezza di spirito senza pari. Ed è impossibile non ricordare i tanti esempi, nella storia moderna, di truppe dal destino già segnato che hanno saputo incarnare il medesimo spirito solare, laddove molti eserciti vincenti hanno portato con sé solo bigottismo e retorica. Questione di razza dello spirito.

Le Termopili e lo spirito dell’Europa

Infine, vale la pena ricordare che, da un punto di vista stavolta ateniese e non più spartano, Lisia ci parla dello scontro fra Grecia e Persia (che pure Eschilo descrive come “sorelle della stessa stirpe”) come di una lotta dell’Asia contro l’Europa. Nel suo epitaffio per i caduti in difesa dei Corinzi, il retore parla apertamente del “re d’Asia” che voleva “ridurre in schiavitù anche l’Europa”. E parlando dei soldati che sconfissero i Persiani a Platea, dice: “In quel giorno, instaurarono sicuramente la libertà nell’Europa”. La Grecia, cioè l’Europa. Una bella cosa per cui morire.

Adriano Scianca

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9 Commenti

  1. La Battaglia delle Termopili è uno – fra i più noti – dei mille episodi di un’ Eroismo e di uno Spirito Guerriero (di cui la Storia della Vecchia Europa trabocca) capace di sfidare la paura della morte, e la morte stessa, sino all’ estremo sacrificio.

    Il medesimo Spirito Guerriero dei Vikinghi, dei Samurai, dei Kamikaze, dei Guerrieri Indiani d’ America e di cento altri popoli battaglieri nell’ ora del loro splendore culturale, e di cui la nostra Europa, almeno sino al Secondo Conflitto Mondiale, non ha mai difettato.

    Ora, la domanda è : esistono ancora Guerrieri simili, in Europa? Io temo che la Seconda Guerra Mondiale, li abbia portati via tutti. Sono rimasti là, immobili sull’ Ultimo Campo di Battaglia, e senza schiere più giovani pronte a prendere il loro esempio, ed il loro posto.

    Sono rimasti là, uccisi non dal nemico visibile ma dai codardi che avevano alle spalle e per i quali hanno combattuto, i codardi (ed i loro discendenti) che li hanno rinnegati vergognosamente, pronti a rinunciare alla Libertà in cambio del benessere materiale e del senso di falsa sicurezza fornito dai “vincitori” ed a cui si sono abbandonati illudendosi, senza più orgoglio e senza vergogna.

  2. Ed ora spetta a Noi creare una nuova Stirpe di Guerrieri che si erga a difesa dell Europa contro qualsiasi nemico della Patria

  3. A ridere non si può essere da soli, altrimenti si finisce per piangere! “Recentemente”, uniti con le chiacchiere si è finiti defunti dimenticati il gg. dopo, in galera, drogati, soli, traditi per sempre. L’ uomo di oggi non vale un cazzo perché non vive in una comunità trascendentale, ma assolutamente immanente.

  4. Come al solito Scianca ricorre ad una retorica melensa, stupida e profondamente ignorante. Sembra di leggere il tema di un quattordicenne, frequentante il primo ginnasio, che si infervora di Leonida e dei 300 spartani, che parla di razza di spirito e tutte queste altre puttanate, senza tenere in debito conto la realtà dei fatti e senza nemmeno accennare una analisi materialistica dei rapporti di forze o delle cause concrete alla base degli eventi. La storia, quella vera, al di là delle masturbazioni mentali, ci dice che Sparta inviò un contingente molto ridotto poichè, politicamente, non aveva alcuna intenzione di arrischiare il grosso delle proprie forze armate in uno scontro con un esercito ritenuto superiore, per interessi che al momento riguardavano le città-stato beotiche ed Atene, molto più della Laconia. Il vero esercito lacedemone e degli alleati peloponnesiaci infatti rimase sull’Istmo di Corinto (astenendosi dallo scontro) per tutta la durata della prima fase della seconda guerra persiana ed i cosiddetti 300 erano praticamente solo una “delegazione” rappresentativa delle forze disponibili, inviata sul luogo per ragioni di “propaganda” ed opportunità nei confronti delle altre poleis (oltre che con una massiccia dose di opportunismo), ben lungi dal considerare che il contingente fosse realmente determinante. Non è nemmeno vero che si trattasse della resistenza di soli 300 spartani, considerando (come ci dice Erodoto) che sul luogo erano presenti Tespiesi e Tebani in numero molto superiore. Alla fine lo scontro, che si risolse in una disfatta greca tramite l’accerchiamento dei contingenti, non salvò nè l’Europa, nè l’occidente (qualsiasi significato si voglia dare a questi termini), nè la Grecia (che doveva ancora combattere le sue vere battaglie), tanto che dopo l’esito delle Termopili tutta la Beozia di fatto si sottomise al Re persiano. Si può dire (ed è comunque un gran merito) che la resistenza al passo semplicemente ritardò la discesa persiana di 3 giorni, dopo di che iniziarono i veri problemi. Se proprio si volessero trovare dei momenti decisivi in quella campagna, si dovrebbero ricercare semmai gli scontri di Salamina e di Platea, che posero realmente fine all’invasione persiana e che furono il frutto degli sforzi di Temistocle o Pausania, ma anche di tanti (a noi) ignoti strateghi provenienti magari da minuscoli insediamenti ellenici. Senza considerare poi che proprio Sparta, successivamente, nella terza fase della guerra del Peloponneso, non ebbe problemi ad allearsi con i Persiani, in funzione anti-ateniese, nè ci furono sostanziali pareri contrari all’asservimento delle città ioniche (prima libere) al sovrano di Persepoli. Come una pietra tombale sulle vocazioni liberatrici lacedemoni, basti considerare la pace di Antalcida (posteriore) con la quale gli stessi Spartani consegnarono ufficialmente al Gran Re di Persia, le città greche della cosiddetta della Ionia (l’attuale costa della Turchia), ricevendo in cambio il riconoscimento della dinastia achemenide della loro (temporanea) egemonia sull’Ellade. Anche un ragazzino sa che gli irriducibili nemici dei Persiani furono gli Ateniesi.
    Tornando a noi, io voglio capire magari l’ammirazione per il coraggio individuale dimostrato dai combattenti, ma respingo totalmente la pretesa di costruire su quella che fu una circostanza accidentale a tutti gli effetti, un mito ingiustificato. L’infelice articolista, come un fiorellino innocente, visibilmente si entusiasma e trema dall’emozione innanzi ai racconti delle gesta di cotanti energumeni. Ma la Storia è fatta da sangue ed escrementi e l’idealismo, che immagina l’uomo diverso da come è, quando applicato alla narrazione dei fatti, dimostra tutto il proprio limite portando a conclusioni dilettantesche. Erodoto, Tucidide o Senofonte avrebbero riso del carattere puerile di questo scritto.

  5. Il film 300 trasporta questo episodio nel distopismo odierno; ovvero un esercito di pochi uomini, ma uniti e affratellati da vincoli di sangue con a capo un virtuoso Leonida che ama la sua famiglia contro un enorme esercito multietnico che combattono individualmente ed hanno come capo un pervertito che vuol corrompere i vincenti spartani col denaro e con i piaceri della carne.

  6. Wanderer // kommst du nach Sparta // werkündige dorten // du habst uns hier liegen gesehen // wie das Gesetz es befahl. (Simonide di Ceo — 556-467 a.C.).

    [O viandante, racconta ai Lacedemoni che qui morimmo, come ci era stato comandato.]

    Senza nulla togliere alla erudita e dettagliata analisi di “Megafono”, credo che l’episodio di che trattasi – almeno per come ci e’ sempre stato raccontato – fa sorgere in molti di noi sentimenti eroici e positivi, appunto quelli tratteggiati da Scianca.

  7. Nella “disputa”, mi complimento con Scianca e pure con il redivivo Megafono (per l’ occasione restaurato senza esclusione di soluzioni ben acide). Rammentano entrambi i “buoni” banchi di scuola, invero allora ben lontani da me.
    Scianca espone pro spiritualità, trascendenza e Megafono, forte di una dotta esposizione, di rimando sminuisce al solo idealismo anti “sangue ed escrementi”.
    Tipico da “compagno” di discreto livello, sempre proteso e maestro nella gestione del materiale, della massa nel tempo e nello spazio; “drogato” dal “visibile” al punto di cancellare o anteporlo comunque al “invisibile” percettibile, intuibile e comunque ricercato (perciò reale).
    Questa forbice, tra “visibile” ed “invisibile”, va chiusa grazie a meno razionalità, acidità e presunzione umana. Altrimenti si “vive” unicamente calcolando calcoli…

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