Dresden_Blick_vom_RathausturmRoma, 15 feb – In occasione del 70° anniversario del bombardamento di Dresda, per gentile concessione dell’autore, offriamo ai nostri lettori come approfondimento la traduzione del seguente articolo, pubblicato originariamente su Blaue Narzisse.

In Germania il bombardamento di Dresda viene definito raramente come un chiaro crimine di guerra. Eppure molti storici statunitensi e britannici la vedono diversamente. Di seguito proponiamo uno sguardo sugli ultimi sviluppi della ricerca e del dibattito storiografico.

Due giorni dopo la distruzione di Dresda, alcuni scrupoli morali non cessavano di tormentare il comandante in capo britannico Winston Churchill, il quale così scrisse ad Arthur Harris, il comandante della flotta di bombardieri della Royal Air Force (Raf): “Credo che sia giunto il momento di rivedere la questione dei bombardamenti sulle città tedesche in quanto mezzi di diffusione del terrore. […] La distruzione di Dresda rappresenta una grave macchia sulla conduzione della guerra Alleata”. Tuttavia “Bomber” Harris rispose di rimando chiedendo che cosa Churchill intendesse di preciso, poiché “attualmente non esiste più nessuna città di nome Dresda”.

Le lacrime di coccodrillo di Churchill

Il ravvedimento tardivo di Churchill trova oggi una sponda nel dibattito storiografico in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove cioè nessuno storico degno di questo nome si azzarderebbe a discutere sul fatto che quella guerra condotta tramite bombardamenti terroristici rappresentasse una violazione del diritto di guerra vigente e che quindi sia da catalogare come crimine di guerra. E pur tuttavia si trovano come sempre gli apologeti della distruzione delle città tedesche, sebbene numerosi storici inglesi e americani ritengano che i bombardamenti sulla Germania siano stati crudeli, militarmente inutili e che si configurino in definitiva come crimini contro l’umanità.

Churchill
Winston Churchill

Oggi, infatti, non viene più messo in discussione il fatto che gli inglesi considerassero la popolazione civile un legittimo obiettivo di guerra e che, di conseguenza, non si sia mai trattato della sua “liberazione”. Lo stesso Churchill, del resto, chiarì apertamente quali fossero gli obiettivi del conflitto, in particolare nel suo discorso del 3 settembre del 1939, il giorno della dichiarazione di guerra della Gran Bretagna: “Questa guerra è una guerra inglese e il suo scopo è l’annientamento della Germania”. E solo pochi mesi dopo, nell’estate del 1940, dichiarò: “Noi faremo della Germania un deserto. Proprio così, un deserto”. Che il giovane primo ministro inglese non si stesse riferendo all’annichilimento della sola potenza militare tedesca, d’altronde, lo ammise egli stesso nel 1941: “Ci sono circa 70 milioni di Unni malvagi, alcuni sono salvabili, gli altri sono da abbattere”.

Overy: Churchill non si fece scrupoli

Spesso, nel dibattito sulla distruzione delle città tedesche, si è soliti addurre come giustificazione il fatto che gli obiettivi dei bombardamenti avrebbero seguito una logica di natura militare: l’impedimento dei rifornimenti al fronte, l’indebolimento della produzione d’armamenti, il danneggiamento delle vie di comunicazione o addirittura l’abbattimento del morale della popolazione civile. Di tutto ciò si è occupato recentemente lo storico inglese Richard Overy nel suo libro The Bombing War, pubblicato nel 2014. Quest’opera monumentale, che quasi raggiunge le 1.100 pagine, diverrà probabilmente un classico. [L’autore dell’articolo, sia per quanto riguarda l’anno di pubblicazione che il numero delle pagine, si riferisce all’edizione tedesca, NdT]. Overy tratta in questo volume l’intera guerra dei bombardamenti nella sua interezza dal 1939 al 1945, studiando tutti gli scenari di guerra europei e analizzando sia la prospettiva dei bombardatori sia quella dei bombardati. In particolare egli dedica attenzione alla logistica, alla logica e alle tecniche dei bombardamenti così come al loro impatto distruttivo.

Lo storico chiarisce inoltre che il gabinetto di guerra britannico si era deciso già alla fine del 1940 a ignorare il vigente diritto di guerra. Overy specifica certamente che tutte le parti in conflitto si erano ben poco preoccupate delle convenzioni di guerra, le quali mettevano al bando il bombardamento di zone abitate da civili. Eppure nessuna nazione belligerante adottò una condotta così decisa, continuata e sistematica di violazione del diritto di guerra come la nazione britannica. E a tal proposito Overy pone di nuovo Churchill al centro di questa storia.

Una guerra contro l’identità tedesca

Churchill, cioè, non si fece alcuno scrupolo a dichiarare le abitazioni civili obiettivo degli attacchi. Secondo Overy, il primo ministro britannico avrebbe impiegato anche gas velenosi o armi chimiche, qualora questo gli fosse sembrato utile e opportuno. Davanti poi alle incredibili distruzioni causate dai bombardamenti, Churchill si chiese: “Siamo veramente delle bestie del genere?”. Overy evidenzia inoltre che il governo britannico si attenne imperterrito a questa condotta fino alla fine della guerra, sebbene fosse presto diventato chiaro a tutti che i bombardamenti non danneggiavano né le infrastrutture industriali, né le vie per i rifornimenti militari, né infine gli snodi principali di comunicazione della Germania. Overy dimostra dunque in maniera circostanziata che tutti gli argomenti addotti dagli apologeti dei bombardamenti sono privi di ogni fondatezza.

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Richard Overy

Overy dedica parole chiarissime anche alle distruzioni pianificate dell’ultimo anno di guerra, allorché la sconfitta incombeva sulla Germania e gli Alleati non si preoccuparono minimamente di radere al suolo una città tedesca dall’alto valore culturale dietro l’altra. Nel contesto di questi bombardamenti, gli Alleati sganciarono fino anche a 1.000 bombe per singolo attacco. In principio venivano scagliate pesanti mine aeree in grado di perforare i tetti, le quali poi deflagravano all’interno delle abitazioni. In questi squarci si sganciavano poi bombe incendiarie e al fosforo che generavano tramite compressione ossidrica incendi mortali che, raggiungendo anche i 1.800 gradi, erano capaci di sciogliere come burro le rotaie del tram. Dei corpi umani, ovviamente, non rimaneva neanche la cenere.

Lowe: Distrutti soprattutto i quartieri popolari

I bombardamenti degli ultimi mesi di guerra erano totalmente inutili da un punto di vista militare. La città imperiale millenaria di Magdeburgo fu rasa al suolo il 16 gennaio 1945, Paderborn il 23 marzo, Münster il 25 marzo. Potsdam fu distrutta dagli inglesi quando i soldati sovietici erano già in città, mentre Chemnitz si estinse tra le fiamme allorché i carri armati russi erano già visibili all’orizzonte. A fronte dell’insensatezza di queste operazioni ci si è spesso chiesti se gli Alleati, tramite la distruzione dell’eredità architettonica, intendessero annientare anche l’identità culturale tedesca, tramandata da generazioni. Overy spiega come gli eccessi di violenza a danno della popolazione nell’ultimo anno di guerra abbiano seriamente screditato le potenze vincitrici da un punto di vista morale. Per questo motivo, dopo Dresda e Hiroshima, non furono più effettuati bombardamenti a tappeto su zone abitate.

Un dettagliato studio specifico sulla distruzione di Amburgo, inoltre, è stato condotto dallo storico inglese Keith Lowe nel suo libro Inferno (2007). Durante l’attacco del 1943 furono uccise circa 46 mila persone. Lowe, in particolare, ha analizzato tutta la documentazione disponibile dell’“Operazione Gomorra”, come era stata chiamata la distruzione della città dai pianificatori britannici. Con abbondanza di dati Lowe descrive le ondate d’attacco, la tempesta di fuoco, i disperati tentativi di salvataggio e di estinzione dell’incendio, i danni causati a tutti i quartieri della città. Secondo l’autore a essere colpiti furono soprattutto i quartieri popolari che presentavano una grossa porzione di ex elettori del Partito socialdemocratico e di quello comunista. Anche Lowe giunge dunque alla conclusione che la distruzione di Amburgo non avesse alcuna giustificazione da un punto di vista militare.

Nemerov: Nessuna “guerra giusta”

In ambito statunitense, invece, è degno di menzione il volume collettaneo Bombs Away (2013). L’opera raccoglie diversi contributi che testimoniano il processo di revisione critica, in atto negli Stati Uniti, sugli assassinii causati dai bombardamenti. Questi contributi sono dedicati agli aspetti sinora trascurati dalla ricerca, dal momento che i bombardamenti non rientrano nelle categorie canoniche vittime/carnefici. Da evidenziare, in particolare, è lo studio dei traumi di cui hanno sofferto i carnefici, come quelli patiti dal poeta americano Howard Nemerov, il quale, in qualità di pilota dell’Air Force, partecipò ai crimini di guerra aerea contro la popolazione civile tedesca. Nella sua opera poetica Nemerov si è sempre espresso contro l’interpretazione della seconda guerra mondiale in quanto “guerra giusta”.

Dresden-BombingTuttavia bisogna constatare che nessuno dei libri sinora citati ha portato, in Inghilterra e negli Stati Uniti, a un più ampio ripensamento critico dei crimini di guerra perpetrati contro la popolazione tedesca. Perché è così difficile per i nipoti della generazione che ha fatto la guerra rivalutare criticamente queste stragi e assumersi le dovute responsabilità? Ma probabilmente bisogna ricercare le cause di ciò direttamente tra i tedeschi, i quali hanno troppo a lungo minimizzato le loro sofferenze e non hanno mai richiesto ammissioni di colpa. Lo scrittore tedesco W. G. Sebald ha ad esempio lamentato che la distruzione delle città tedesche non è mai stata tematizzata nella letteratura tedesca del dopoguerra. Nessun politico tedesco o intellettuale di rango ha mai osato richiedere le scuse dei vincitori. Secondo Sebald per decenni il lutto pubblico per le vittime tedesche dei crimini di guerra alleati è stato ricoperto da tabù. Ma forse il divieto del lutto e il silenzio degli intellettuali tedeschi della generazione del ’68 rappresentano solo una mezza verità.

Come attenuante per i sessantottini sta il fatto che il panorama della stampa della Repubblica di Bonn era costituita per la maggior parte da giornali che dovevano ricevere l’autorizzazione di pubblicazione inglese e americana. D’altra parte i russi proibivano nella Ddr ogni dibattito sulle deportazioni forzate delle popolazioni tedesche e sugli stupri di massa commessi dai soldati sovietici, così come gli Alleati ad ovest non tolleravano nelle loro zone d’occupazione alcuna discussione sugli assassinii causati dai bombardamenti angloamericani, per non parlare della loro menzione nei libri di scuola tedeschi. Di conseguenza, fino al 1991, gli obiettivi rapporti di forza non consentivano da parte tedesca di affrontare questo tema liberamente.

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Il monumento a Londra dedicato a “Bomber” Harris, qui imbrattato con la scritta “vergogna”.

Proteste dei britannici contro Bomber Harris

Tuttavia, anche dopo che la Germania recuperò nel 1991 la propria sovranità, è cambiato ben poco. Esemplare al riguardo è il rapporto con il discusso organizzatore dei bombardamenti, Arthur Harris. Nel centro della città di Londra, di fronte alla cappella della Raf, si erge oggi un monumento in onore di Arthur “Bomber” Harris e dei piloti di bombardieri, al cui basamento è stata posta l’iscrizione: “La nazione vi è profondamente debitrice”. Quando la regina d’Inghilterra inaugurò la statua nel 2012, fu accolta da una grossa manifestazione di protesta. Sugli striscioni degli intervenuti si poteva leggere: “Harris era un criminale di guerra”.

A causa delle proteste di molti sopravvissuti ai bombardamenti di Dresda il sindaco Helma Orosz (Cdu) si vide costretta a parlare del monumento con il suo omologo londinese Boris Johnson. Entrambi i sindaci si accordarono per apporre al monumento una targa in ricordo anche delle vittime dei bombardamenti. Eppure, poco dopo, lo storico e accademico Rolf-Dieter Müller si espresse ben diversamente. Egli infatti, in veste di coordinatore scientifico della commissione storica della città di Dresda, dichiarò: “Secondo la mia opinione i bombardamenti non solo erano giuridicamente ineccepibili, ma rappresentavano addirittura uno strumento necessario per porre fine alla guerra”. In Inghilterra se ne prese atto senza batter ciglio.

Christian Kanig

Traduzione a cura di Ettore Ricci

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