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Cartastràccia, il libraio di Altaforte racconta Fiorenzo Magni

Milano, 2 mar – Scegliere. Nella privazione il sacro fuoco di moti eterni. Come quelli di un pedale, come quelli di due ruote. Il ciclista Fiorenzo Magni, classe 1920, l’8 settembre 1943 aveva 22 anni e scelse. L’etimologia delle parole spesso ci toglie dal pantano delle spiegazioni. Ex (da) – eligere (selezionare) alla radice delle opzioni. Separare la parte migliore dalla parte peggiore. Magni elesse parte migliore della Patria la Repubblica sociale italiana. Era già professionista del pedale il toscano di Vaiano quando l’armistizio spezzò l’Italia ma la predilezione non ha età. Venne accusato, addirittura, di aver preso parte alla cosiddetta strage di Valibona, nel giugno 1944, quando i miliziani fascisti, insieme ai carabinieri, assaltarono un casolare dove era rifugiata una brigata partigiana. Nel 1947, a Firenze, si aprì il processo e in difesa di Magni intervenne tra i testimoni Alfredo Martini, altro grande del ciclismo tricolore, che da partigiano scagionò, insieme ad altre testimonianze, il Leone delle Fiandre.

Fiorenzo Magni, il Leone delle Fiandre

Lo chiamavano il Leone delle Fiandre perché vinse per tre volte il Giro delle Fiandre ed un disegnatore belga lo dipinse come un magnificente leone fuoriuscito dalla bocca di un cannone. Fiorenzo Magni ha un palmares che recita 72 vittorie, tra cui tre Giri d’Italia, tre Giri del Piemonte, tre Campionati italiani, tre Trofei Baracchi, sei tappe al Giro e ha vestito per 24 giorni la maglia rosa (cabala del tre). Nel 1946 per aver scelto la riva del lago del Duce non poté gareggiare, dovette aspettare l’amnistia Togliatti l’anno successivo, e nel 1951 – 90esimo anniversario dell’Unità d’Italia – gli fu proibito di partecipare alla cerimonia inaugurale della corsa rosa sull’altare della Patria. E lui, per zittire elegantemente tutti, quell’edizione del Giro la vinse. “Per me la vita è lotta”, ripeteva Fiorenzo come fosse il Malaparte della bicicletta.

Fiorenzo il Magnifico

Entrambi del resto dividevano le origini pratesi. Esiliati ambedue come solo gli esuli in Patria – nell’accezione che ha dato del termine Marco Tarchi – sanno essere, Magni fu bandito nell’eterna lotta tra Fausto Coppi e Gino Bartali: lui era “il terzo uomo”, come Orson Welles in una fortunata pellicola del 1949. Il suo mito, silente e fatto d’esempio, si incarna nel 1956. Cade il legionario del pedale durante il Giro d’Italia e si rompe la spalla ma continua contro il parere medico a stare in sella. La leggenda durante la cronoscalata di San Luca: non riuscendo a stringere il manubrio, già imbottito di gomma piuma, insieme al fido meccanico Faliero Masio taglia una camera d’aria e la lega al manubrio. Per fare forza e spingere la bici tiene l’altra parte del tubolare tra i denti, in modo da non forzare le braccia. Cadrà ancora rompendosi anche l’omero, ma chiuderà a Milano al secondo posto alle spalle del solo Charly Gaul. Per quello sfregio al dolore, per quella tenacia senza uguali, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello – anche loro avevano scelto di arruolarsi nella Rsi quando l’ora venne – ribattezzarono il ciclista Fiorenzo il Magnifico. L’Anpi qualche anno fa impallidì davanti alla volontà della città di Prato di dedicare a Magni una pista ciclabile.
Niente di nuovo: “tutti son buoni a far gli eroi con la pelle degli altri”.

Lorenzo Cafarchio

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