Conchita-WurstRoma, 16 feb – E’ iniziata come l’opposizione alla discriminazione di una categoria sulla base dell’orientamento sessuale. La battaglia pro-gender sta proseguendo purtroppo come una campagna per il boicottaggio dei sistemi sociali e istituzionali a tutela degli orientamenti sessuali procreativi. L’idea che “uomo e donna” siano presentati come tali sarebbe insomma, una discriminazione automatica di chi nasce o cresce con orientamento diverso. Come se i bisessuali e gli omosessuali non fossero, per forza di cose, uomo e donna, non essendo al momento dimostrata una loro differenza sostanziale in termini biologici che renda ragione dell’orientamento sessuale.

Gli strumenti, con manovra a tenaglia, sono due. Uno carnevalesco, d’impatto, che intende far penetrare un’idea di sessualità indifferenziata e multipotente, direi una sessualità “staminale”. Ne è un esempio il personaggio di Conchita Wurst, essere androgino e felice, che non comunica ambiguità o trasgressione ma “orgoglio androgino”. Cala dall’alto, nel tempio della canzone leggera, a dirci che ogni natura è in fondo una combinazione di elementi naturali, per quanto anomala o nuova.

Non credo che la cosa possa davvero turbare nessuno, anche se le polemiche servono a parlarne. E’ invece un altro fronte che deve far riflettere, e cioè quello del condizionamento sessuale.

Un convegno “sulla famiglia tradizionale” a Milano è stato recentemente al centro di polemiche per aver associato la “difesa della comunità” all’orientamento sessuale. In realtà non di orientamento, ma di moduli di famiglia si parlava, per cui è una forzatura indicare come “anti-gay” il tema del convegno. L’allarme omofobia ha peraltro impedito di capire se nella conferenza si sia prodotto qualche spunto o dato sulle caratteristiche biologiche, biografiche e psicologiche dei vari modelli di famiglia.

Il primo dei quali, ovvero “naturale” in senso di riproduzione autonoma di sé, è quello in cui è possibile la riproduzione, e che non corrisponde ad un modello di accoppiamento sessuale, ma ad un modello di organizzazione sociale. Il bersaglio di questo messaggio, idealmente, non sono gli adulti che poi ormai hanno le loro idee, ma i bambini, che si formano un’idea di famiglia, sui genitori e sulla propria identità sessuale. E infatti nelle scuole sono in atto iniziative di educazione sessuale “alternativa”, non orientata. Essa però appare come un paravento su cui si introduce in realtà una sessualizzazione precoce, assolutamente non necessaria per tutelare le diversità (future o già in atto) o prevenire la discriminazione tra pari. L’idea che le figure di uomo e donna, in senso morfologico e mentale non siano definite a priori, e che impediscano l’emergere dell’orientamento sessuale autentico, è tutta da dimostrare, ammesso che poi le due cose abbiano tra di loro un nesso stretto. Le donne omosessuali sono state costrette a truccarsi e agli omosessuali maschi è stato negato ?

L’idea di imporre modelli in cui si propongono pratiche del genere opposto (ai maschi si insegna a truccarsi, ad esempio) rispetto a quello biologico  cosa servirebbe se non a “indurre” culturalmente ed educativamente qualcosa che altrimenti non sussisterebbe? Lasciamo stare il cortocircuito logico, per cui l’annullamento delle diversità artificiali imposte dalla società sessista avviene attraverso gli stessi stereotipi (si impara che si è “anche” donne, e quindi né uomo né donna, imparando a truccarsi come “fanno le donne”). Qui il tentativo è di intervenire su uno sviluppo a cui la società di adatta, mettendo in mano le bambole alle bambine e i soldatini ai maschietti – e non il contrario, inducendo il sessismo con modelli imposti – attraverso una confusione dell’orientamento spontaneo.

Questo è il piano di “sessualità staminale”, per cui siamo tutti X prima che la società decida chi dobbiamo essere, o meglio che lo possiamo decidere noi di volta in volta, con un orientamento che può essere prevalente in un senso, ma che è spontaneamente variabile, flessibile.

Ebbene, ancora dietro a questo ci sta però una suggestione psicanalitica, e cioè che la sessualità infantile, diversa da quella adulta, sia più pura e meno conflittuale, e che proprio eliminando i modelli di genere, o meglio togliendo ogni supporto e comunicazione su questi modelli, si possa liberare sessualmente…il bambino ! C’è chi sostenne, a suo tempo, che proprio gli omosessuali, in quanto costretti a fare i conti con le radici della propria sessualità vera, potessero essere i migliori educatori erotici dei bambini, salvandoli da una sessualità imposta.

“Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non tanto l’Edipo, o il futuro Edipo, bensì l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica”. (Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, 1977).

L’elemento che può suonare scandoloso, ma concettualmente, è in base a che cosa si debba stabilire che l’orientamento omosessuale, per niente polivalente (anzi meno dell’eterossesualità forse) sia il centro del mondo sessuale, e che sia l’unico termine di comunicazione sessuale, figurata o agita, coi bambini. La barba e il rossetto di Conchita magari fanno sorridere e strappano applausi, arte a parte.

L’imposizione di modelli che costringono tutti ad aprirsi a referenti culturali, come quello sopracitato, decisamente chiusi, orientati e monovalenti, non fa per niente ridere e suscita più di un sospetto, quantomeno di estrema irresponsabilità biologica ed educativa, se l’educazione deve avere ancora qualcosa a che fare con la nostra biologia.

Il boicottaggio selettivo dello sviluppo eterosessuale, con i mezzi educativi delle scuole e con la complicità ricercata da parte di insegnanti, presidi e ministero non fa per niente ridere. Il fatto che una minoranza possa sentirsi discriminata in un sistema che “assegna” ad una categoria oppure costringe a sentirsi “diversi” dipende dal suo essere minoranza, e non dal fatto che le basi biologiche di maggioranza e minoranza siano da annientare.

Matteo Pacini

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Commenti

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2 Commenti

  1. perdoni la mia curiosità caro Pacini, ma cosa ntende con “boicottaggio selettivo dello sviluppo eterosessuale”, in cosa, concretamente e non teoricamente, consiste e come è stato attuato questo boicottaggio?
    Inoltre ha mai pensato che il termine mnoranza sia inteso non in senso numerico, ma in senso di “meno diritti”?
    Penso si potesse parlare di minoranza in senso numerico fin quando c’erano meno coming out, ma ad oggi, credo che definire la comunità LGBTQ come una minoranza numerica sia assolutamente anacronistico!

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