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Ogni anno riparte puntuale la retorica su Resistenza e Liberazione. Al riguardo ripubblichiamo questo articolo del 25 aprile 2018 [Ipn]

Sangue di Enea Ritter

Roma, 25 apr – Ogni 25 aprile riparte puntualmente la sarabanda dei festeggiamenti ufficiali per celebrare la «resistenza» e la «liberazione». Al tempo stesso, e sempre puntualmente, il clero intellettuale antifascista si interroga sul perché i rituali civili di questa festa nazionale non siano particolarmente amati dagli italiani, i quali preferiscono trascorrere la giornata in spiaggia o allestendo qualche grigliata, invece di sorbirsi l’ennesimo sermone resistenziale. Ebbene, cerchiamo noi di fornire un paio di risposte. La prima riguarda il valore simbolico stesso dell’antifascismo: come evidenziato da Adriano Scianca, il 25 aprile non sarà mai una «festa di popolo» semplicemente perché si tratta di una celebrazione di parte, che peraltro rievoca un movimento storico marginale che non ha mai coinvolto tutta la popolazione.

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Miti di cartapesta

La seconda risposta concerne invece il significato più propriamente storico della cosiddetta Resistenza e della cosiddetta Liberazione. Scrostando la patina propagandistica che avvolge queste due parole, scopriamo che «resistenza» e «liberazione» non sono che miti di cartapesta, eventi storici dopati dai diretti interessati, narrazione unilaterale dei vincitori. Delle “bufale”, insomma. Vediamole insieme.

Altro che resistenza

Resistenza: in senso militare, il concetto dovrebbe esprimere l’opposizione armata all’avanzata di soverchianti eserciti nemici. Ebbene, in Italia le forze dell’Asse (la Wehrmacht e le divisioni della Rsi) non erano né numericamente soverchianti né tantomeno in grado di avanzare. Tutt’al contrario stavano ritirandosi sempre più verso nord nella speranza di far arenare le avanzanti e soverchianti armate anglo-americane. Di conseguenza, una «resistenza» in senso tecnico può essere ascritta paradossalmente proprio ai fascisti, non ai partigiani. Il contributo di questi ultimi all’occupazione alleata dell’Italia (perché di occupazione si è trattato) è stato inoltre del tutto superfluo, se non addirittura controproducente, come messo in luce da molti storici onesti e non ideologizzati, tra cui Renzo De Felice. Ammannire agli italiani ogni 25 aprile la narrazione edificante degli «eroici partigiani» che hanno sconfitto il «nazifascismo», pertanto, non è esattamente una buona idea, perché gli italiani con un minimo di conoscenza storica non possono che avvertire questa narrazione come una colossale presa per i fondelli.

Invasione, non liberazione

Liberazione: anche questo termine rimanda a un moto di affrancamento da un invasore che ha occupato il territorio di uno Stato sovrano. Ora, lo storytelling antifascista dipinge il tedesco come l’«invasore» e gli anglo-americani come i «liberatori». Il problema, però, è che la realtà è stata completamente rovesciata: fu il capo del governo in persona, il generale Badoglio, a chiedere la presenza dell’alleato tedesco su suolo italiano per meglio organizzare la resistenza agli eserciti nemici, sbarcati prima in Sicilia e poi sul continente (che poi questo fosse stato pensato come un atto proditorio per poter meglio realizzare l’accerchiamento della Wehrmacht non cambia assolutamente i termini della questione, anzi semmai li aggrava). Sono proprio gli Alleati, invece, che vanno quindi considerati come il nemico invasore. Che, infatti, si è comportato esattamente come tale. Vorremmo infatti chiedere perché mai un presunto liberatore dovrebbe bombardare (e quindi eliminare) la popolazione che pretende di liberare. Nella sua opera monumentale The Bombing War: Europe 1939-1945 (pubblicata nel 2013 e non a caso mai tradotta in italiano), lo storico britannico Richard Overy ha evidenziato come gli Alleati si siano resi protagonisti in Italia di atti terroristici che possono essere tranquillamente definiti «crimini contro l’umanità». In altri termini, l’aviazione anglo-americana bombardò spesso e volentieri la popolazione civile, invece di dedicarsi a obiettivi militari. Lo scopo era quello di sollevare un popolo stremato dalla guerra contro i tedeschi e il governo della Rsi. Se ai bombardamenti aggiungiamo poi i ripetuti stupri ai danni della popolazione, come ad esempio le famigerate «marocchinate», ne emerge un quadro ben distante dall’oleografia resistenziale e antifascista della «liberazione». Insomma, stando così le cose, non stupisce che il 25 aprile gli italiani disertino i rituali civili e preferiscano fare una bella grigliata.

Valerio Benedetti

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4 Commenti

  1. I partigiani, in uno stato sovrano come era la Repubblica Sociale, sono assimilabili ai terroristi che vogliono conquistare il potere.I partigiani comunisti, che dopo il 25 Aprile ’45 uccisero circa 90 mila “fascisti”(con violenze varie e furti ) ,avevano avuto l’ordine (da Stalin?) di compiere attentati perchè le successive repressioni potessero creare ostilità nella popolazione nei confronti dei tedeschi e della RSI.Alle Fosse ardeatine i partigiani comunisti che erano i piu’ organizzati riuscirono a dare al prefetto fascista una lista di nomi in cui vi erano solo partigiani cattolici evitando cosi’ ogni responsabilità per l’eccidio di Via Rasella da loro compiuto vigliaccamente ed in cui muorirono anche 3 ragazzi, di cui uno con la testa staccata,che non sono mai menzionati dagli storici servi dei nuovi colonizzatori

  2. Ma davvero pensate che un mondo a dominio Nazista sarebbe stato
    A) possibile
    B) meglio
    ?
    E, solo per capire, pensate anche che i tedeschi avrebbero lasciato un po’ di spazio ai fascisti di cui pensavano tutto il male possibile?
    Siete proprio sicuri?
    Non c’ è speranza di capirsi. Che stima per chi si ostina a cercare di dialogare con voi!

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