A Francesco d’Assisi vengono attribuite varie azioni straordinarie, in taluni casi veri e propri miracoli. Ad Ascoli si dice che guarisca dei malati e converta in una sola volta trenta persone. Ad Arezzo le redini di un cavallo da lui tenute in mano guariscono una puerpera moribonda. A Città della Pieve uno dei suoi risana i malati toccandoli con una corda precedentemente usata da Francesco come cintura. A Toscanella e Narni guarisce uno zoppo e un paralitico. Pratica degli esorcismi a San Geminiano, tra Todi e Terni, e a Città di Castello. Vicino a Bevagna predica agli uccelli. Ma è a Gubbio che, secondo i Fioretti, egli compie una delle sue azioni più note e pregne di significato anche simbolico e sociologico: la conversione di «frate lupo».

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Secondo il celebre florilegio sulla vita del santo, a Gubbio – «Agobbio» – era apparso «un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma enziandio gli uomini». La città viveva praticamente assediata dalla belva feroce e i suoi abitanti non si avventuravano più nei boschi per paura. Fu allora che Francesco decise di andare a cercare il lupo. Trovatolo, gli parlò così: «Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, e hai fatti grandissimi malifici, guastando e uccidendo le creature di Dio senza sua licenza; e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardimento d’uccidere e di guastare gli uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu se’ degno delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far pace tra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni offesa passata, e né gli uomini né i cani ti perseguitino più». Il Santo riuscì quindi a «dialogare» con la belva, giungendo infine a un patto: la gente del luogo gli avrebbe lasciato qualcosa da mangiare e lui non avrebbe più divorato animali e persone.

La vita di san Francesco d’Assisi

Questa capacità di dialogare con gli animali, in altre occasioni ribadita, faceva ritenere a Gilbert K. Chesterton che «tutta la leggenda di san Francesco abbia origini totemiche. È indubbiamente una leggenda che pullula di totem. I boschi di san Francesco ne sono pieni quanto lo sono i miti degli indiani d’America». Un Francesco «sciamanico»? Suggestivo, ma forse non è il caso di correre troppo. Resta la grande valenza simbolica ed etica della leggenda.

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Secondo lo psicologo Claudio Risé, quello del santo e del lupo è un racconto dalla grande valenza psicologica, «una delle più profonde intuizioni su come costruire una buona relazione psicologica con l’istinto, di cui l’animale è sempre precisa rappresentazione simbolica. Un patto si stipula tra pari: fare un patto col lupo, col lato divorante e aggressivo del proprio istinto, significa riconoscergli dignità di interlocutore. È questo l’unico modo efficace di trattare l’istinto». Francesco non scaccia o uccide il lupo, «blindando» la vita civile, organizzata, razionale degli eugubini. Né prende acriticamente le parti della bestia, del lato ferino, dell’istinto, ovviamente. Egli stipula un’alleanza tra lato diurno e lato notturno dell’esistenza. Una grande lezione per la nostra società, algidamente amministrata eppure anche barbaricamente scatenata, senza che tra i due aspetti appaia più possibile una conciliazione.

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