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adelphiRoma, 8 ago – Cosa ne sarebbe del motore immobile aristotelico se non avesse nulla da muovere? Se le sue estremità fossero mutile? Il motore immobile esisterebbe comunque ma non svolgerebbe la sua funzione, non sarebbe perciò motore, ma soltanto immobile, sarebbe soltanto in potenza. Allo stesso modo un sole senza raggi sarebbe solo una stella tra le altre, un sole in potenza. La realtà organica nella sua pienezza è totalizzante, ogni parte è inserita in un tutto che completa e integra con la fedeltà al suo ruolo e al suo rango.

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L’importante saggio di René Guénon da poco pubblicato da Adelphi Autorità spirituale e potere temporale (del 1929) indaga il rapporto tra le due forze che incarnavano i vertici delle società tradizionali. Nel corso della trattazione viene presa principalmente in considerazione la dottrina induista delle caste e in relazione ad essa, attraverso la limpida lettura di Dante, la gerarchia dell’Europa medievale. Non si riscontrano riferimenti sostanziali alla Romanità o ai popoli germanici.

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Secondo la dottrina indù l’autorità spirituale era incarnata dai brahmani mentre il potere temporale dagli kshatriya. La tesi chiave del Guénon è che al vertice di ogni società tradizionale integra si colloca la casta sacerdotale, il cui compito è quello di fornire i principi guida e legittimare e informare i gradi inferiori della scala sociale (ruolo politico e militare – artigiani e lavoratori – economia). I brahmani rappresentano quindi l’immutabile, un’autorità che non viene danneggiata dalla decadenza temporale nella sua purezza perenne, un’autorità che viene dall’alto e di cui sono i rappresentanti e custodi, non i detentori. Il loro è il mondo del puro essere e sono solo degli uomini le storture e le deviazioni, poiché il principio primordiale rimane pur sempre inalterato nella sua integrità e validità, che lo si comprenda e trasmetta correttamente o meno.

La casta degli kshatriya stringe nelle proprie mani il potere temporale. Se la figura sacerdotale nell’Europa medievale assume la massima espressione storica nel Pontefice (da Pontifex, colui che fa da tramite tra la realtà superiore e quella terrestre), quella temporale si manifesta nel potere regale e, massimamente, in quello imperiale. L’aspetto decisivo, sui cui Guénon insiste diverse volte, è la legittimazione dall’alto che il potere temporale deve ricevere dalla casta sacerdotale per potersi dire autentico e “in ordine”. L’impiego della forza armata e l’ordine politico acquistano quindi piena autorità solo quando partecipano di un principio superiore che non è dato da loro stessi. Quando il potere temporale spezza la continuità gerarchica e pretende di legittimarsi autonomamente sovvertendo la superiorità del principio brahamnico, allora per l’Autore inizia il processo di decadenza storica che, in ultimo, condurrà all’Era oscura, il Kali Yuga, in cui la casta più bassa, quella legata alla gestione monetaria, si colloca al vertice. «Il potere temporale causa da sé la propria rovina non riconoscendo la sua subordinazione all’autorità temporale, perché, come tutto ciò che appartiene al mondo del cambiamento, non può essere autosufficiente: il cambiamento è inconcepibile e contraddittorio senza un principio immutabile».

Aspetto curioso, sui cui sono tornati ad esempio Giorgio Locchi e Dumézil nei loro studi sugli Indoeuropei, è l’unità originaria delle Guenon-author-pg-image-5due autorità in questione: «Quando la si esamina da vicino, la società trifunzionale ricostruita da Georges Dumézil non organizza, in fin dei conti, che due caste, o gruppi sociali. Il primo, dominante, assume la funzione sovrana e la funzione guerriera sulla base di una separazione originale in “classi d’età”. La seconda assume la funzione economica» (nel fondamentale G. Locchi, Prospettive indoeuropee, Settimo Sigillo, 2010). Lo stesso René Guénon afferma questa verità parlando di un’unità nella sintesi a un tempo superiore e anteriore alla loro distinzione.

Viene da chiedersi allora se già la distinzione nei due poteri di cui si è detto non sia un segno di decadenza. Al di là di questioni di lana caprina su cui ciascuno potrebbe trarre le proprie conclusioni, bisogna accennare alla differenza di vedute che sulla questione delle caste separava lo studioso francese dall’italiano Julius Evola. Quest’ultimo infatti, secondo il suo temperamento militante e attivo, riteneva che il vertice autentico delle società tradizionali fosse la casta guerriera, il cui compito era tra l’altro quello di difendere e sacrificarsi per tutte le altre. Alla base di ogni società integrale il filosofo romano indicava una cerchia di guerrieri (mannerbund) che custodiva attraverso riti e simboli l’autentica sapienza e il cui compito era quello di costituire l’asse portante della comunità che attorno ad essi si coagulava. Di queste forme di solidarietà virile e cameratismo si conservano forme più o meno diluite tutt’oggi, basti pensare alle confraternite universitarie di scherma ancora esistenti in Germania.

Pensare che la tradizione sia un qualcosa di completamente estraneo al divenire e che i suoi principi siano della consistenza dell’aria è per certi versi una prospettiva che è stata attivamente superata da tutti i movimenti nazional-rivoluzionari che proprio per questo hanno fatto dell’espressione storica del mito originario la loro essenza vitale e propulsiva. L’essere si incarna nel divenire e soprattutto in Wagner e Nietzsche irrompe il forte richiamo al “mito nuovo” che mobilita e sovverte il mondo moderno. La verità è interpretazione, nel bene e nel male, perciò ogni parola e ogni simbolo possono essere piegati o rinnovati, distorti o rigenerati. Ma solo una volontà attiva e impersonale può farlo.

BhagavadGitaForse nei tempi attuali l’autorità spirituale da sola non basta, forse il suo ruolo appare statico e incapace di operare cambiamenti nella realtà. Senza il braccio, la mente e il cuore non possono nulla e il verbo (logos) necessita dell’uomo per farsi mondo e storia. Hegel (Fenomenologia IV, 2) comprese che il salto decisivo nell’essere umano avviene quando egli si decide per una realtà superiore e che lo potenzia, lo spinge oltre: l’onore («la lotta per la vita e la morte»). Il disinteressato partecipare a qualcosa di più grande e ulteriore. Perciò nell’ideale della casta guerriera si può cogliere una ricchezza che concilia lo spirituale e il temporale, l’essere e il divenire e ne dispiega le possibilità storiche.

Se con la rivolta degli kshatriya ha inizio la rovina della società tradizionale, da essi soli può a sua volta partire la disintegrazione della società capovolta e la sua rigenerazione. La stirpe di Prometeo guida la scalata alle torri dorate e porta con sé il fuoco originario che già fu di Eraclito.

Francesco Boco

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