dawn_of_the_planet_of_the_apes_42291Roma, 6 ago – Il cinema di fantascienza ha abituato il pubblico a temi distopici e talvolta a contenuti politicamente scorretti, basti pensare a L’esercito delle dodici scimmie o Dark City. In questi giorni gira nelle sale italiane il nuovo capitolo della saga Il pianeta delle scimmie. Revolution è la resa italiana dell’originale Dawn of the planet of the apes, letteralmente L’alba del pianeta delle scimmie. Purtroppo qui già il precedente capitolo, prequel di quest’ultimo, s’intitolava così, ma per coerenza e maggior chiarezza sarà utile tenere presente che il lungometraggio tratta per l’appunto del sorgere del regno delle scimmie e non di una qualche rivoluzione.

La specie umana è stata decimata da un virus trasmesso da scimmie fuggite da laboratori di ricerca. Nel corso degli anni, al declino umano ha fatto seguito un’avanzata inarrestabile della natura e la distruzione pressoché totale di città e tecnologia. Tutto è ricoperto di fogliame e vegetazione, poche isolate colonie di sopravvissuti resistono come possono in condizioni disperate.

Le scimmie protagoniste del film si sono nel frattempo organizzate in una comunità organica guidata da un maschio alfa, lo scimpanzé Cesare. Sin dalle prime battute appare evidente la differenza tra le condizioni di vita delle due specie. Le scimmie vivono nella foresta nei pressi di una grande diga e ai vertici della loro società stanno gli individui più evoluti e capaci. Cesare è affiancato dal suo braccio militare Koba e dall’“insegnante” Maurice assieme ad altri fidati con cui in passato era evaso dalla detenzione. La società delle scimmie sembra organizzata secondo ruoli ben definiti: i gorilla si occupano del controllo dei confini del territorio, gli scimpanzé e i bonobo si occupano di caccia e guerra, l’orango tango Maurice svolge una sorta di ruolo sacerdotale e le femmine si occupano della prole e delle abitazioni. Al vertice di tutto si colloca il capo riconosciuto Cesare, più forte e intelligente degli altri.

Di grande impatto visivo è la scena di caccia. Qui è il figlio di Cesare, Occhi Blu, ad essere protagonista di una sorta di rito di passaggio all’età adulta. Come nelle antiche società guerriere, qui le ferite vengono mostrate con orgoglio quali segni tangibili del diritto a entrare nella cerchia virile.

Si nota la devozione tributata al capo e la centralità della sua figura. La comunità delle scimmie è centrata sulla famiglia e l’appartenenza alla medesima specie, vive pacificamente e utilizza la violenza ritualizzata nella caccia come principale valvola di sfogo. Le cose cambiano quando Occhi Blu e un altro giovane incappano in un gruppo di umani. Cesare, sollecitato dal bellicoso Koba, decide di dare una dimostrazione di forza ai temuti vicini, nel tentativo di conservare inalterata la vita della comunità ed evitare conflitti. Il dispiegamento dell’esercito di scimmie è notevole. I musi dipinti coi colori di guerra, una moltitudine nera e bruna che avanza fino alle porte della colonia umana. Gli uomini terrorizzati osservano uno spettacolo inaspettato e incredibile. I capi a cavallo guidano la marcia, alle spalle e intorno scimmie con lance e mazze e tutto attorno, in alto sulle rovine, altre scimmie osservano l’incontro tra lo scimpanzé e l’uomo.

Le due comunità sembreranno raggiungere un delicato equilibrio, rotto però dal tradimento di Koba e dalla conseguente guerra contro gli umani. L’egoismo e l’avventatezza del capo militare saranno poi puniti verso la fine del film, ma le cose ormai avranno preso una piega irrecuperabile e sarà guerra per la sopravvivenza.

Planet of the apes – Revolution è un film visivamente notevole e narrativamente efficace. Non ci sono cali e la recitazione è intensa e credibile. Si tratta certamente di uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni. Se si considera poi la critica alla decaduta civilizzazione umana e l’ampio spettro di contenuti “inattuali” presenti, si possono apprezzare anche svariate tematiche politicamente scorrette.

Francesco Boco

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