sanremoRoma, 11 feb – Ci sono Al Bano e Romina che tornano insieme, cantano “Felicità”, anche se il bacio riparatore per adesso può aspettare. C’è il comico Alessandro Siani che fa battute sulla crisi, l’abbronzatura di Carlo Conti, Salvini ma anche Renzi, per lanciare la stoccata in un’improvvisa parentesi di maligna vitalità, a un bambino un po’ in carne.

C’è Tiziano Ferro, che avrà anche fatto coming out ma resta pur sempre quel bambinone che piace alle zie, un gay da pubblicità Findus a cui nonostante tutto vien voglia di strizzare le guance e chiedere “quand’è che ti sistemi con una brava ragazza?”, facendo finta di non sapere.

E ovviamente ci sono le canzoni, le rime cuore-amore, gli artisti monogami del Festival scongelati per l’occasione, gente che durante l’anno non sai che lavoro faccia, ma che ogni volta è in prima fila nella categoria dei big.

Il Festival di Sanremo non tradisce le aspettative del grande spettacolo nazionalpopolare, che da noi vuol dire sostanzialmente un prodotto pensato per tua mamma, qualsiasi età tu abbia. Anche se sei tu stessa una mamma e la donna che ti ha messo al mondo ha ormai 80 anni, è sempre il Festival per tua mamma, perché si tratta di uno spettacolo non attuale per nessuno, una sorta di invenzione della tradizione, la nostalgia per un’epoca che non è mai esistita.

Se possibile, però, quest’anno l’atmosfera ovattata è ancor più marcata: zero polemiche, zero politica, tutti si vogliono bene. Non manca neanche la famiglia con 16 figli, compensazione preventiva per la prossima comparsata di Conchita Wust, l’uomo barbuto vestito da donna, che sbarcherà all’Ariston per cantare…. dunque… ma quali canzoni canta Conchita Wurst? Nessuno lo sa, come nessuno conosce una qualsiasi presa di posizione politica della Kyenge che non riguardi gli immigrati, il colore della pelle degli immigrati, il colore della pelle sua.

Invitando gli estremi – la famiglia iper-prolifica e la donna barbuta – si ottiene del resto l’effetto fenomeno da baraccone e si evitano imbarazzanti discussioni nel merito (ma i due estremi, sia chiaro, non sono speculari e non valgono allo stesso modo). È il Festival di Renzi, dicono, e il conduttore toscano, simpatico e un po’ marpione sembrerebbe confermarlo. Ma forse è più il Festival di Mattarella, perché l’aspetto ammiccante, rampante e un po’ yuppie del premier manca totalmente, qui siamo proprio all’ecumenismo spinto.

I paragoni fra Sanremo e società, fra Sanremo e politica sono del resto cosa vecchia: il Festival specchio del Paese e ba bla bla. Forse, però, adesso abbiamo invertito il meccanismo: con l’elezione al soglio quirinalizio di un relitto democristiano, non è più il Festival lo specchio del Paese. È il Paese che è lo specchio del Festival. È la società che riproduce Sanremo, non viceversa. La kermesse canora non è descrittiva, è normativa. Stiamo diventando Festival. Ogni giorno che passa, siamo sempre un po’ più Sanremo. Finché la barca va.

Adriano Scianca

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