Roma, 22 giu – In abbinamento al nuovo numero del Primato Nazionale, attualmente in edicola, è disponibile anche la decima puntata della collana «I Grandi Italiani», inaugurata lo scorso settembre. Il volume, scritto da Giovanni Damiano, è dedicato a Giacomo Leopardi, che dopo Dante è stato il più grande poeta d’Italia. In cento agili pagine, l’autore ricostruisce il pensiero filosofico del Recanatese, riservandoci molte sorprese. Perché Leopardi non era affatto come molte professoresse di lettere sospiranti ce lo hanno descritto, ossia una sorta di «nerd» rinchiuso nel suo studiolo e lontano dai sommovimenti del mondo moderno. Al contrario, Leopardi era un fervente patriota immerso nelle grandi passioni del suo tempo. La sua riflessione filosofica, inoltre, era sì attraversata da un pessimismo a volte disperato, ma presentava anche accenti tragici ed eroici, tanto da attirargli la stima di due giganti come Nietzsche e Schopenhauer. Come di consueto, poi, il quaderno è arricchito da numerosi extra e contenuti inediti che aiutano a inquadrare il personaggio del mese. Di seguito riportiamo la presentazione al volume scritta da Adriano Scianca. [IPN]

Leopardi, il poeta

C’è qualcosa di peggio della cancellazione della cultura: è la sua banalizzazione. C’è qualcosa di peggio di dimenticare Giacomo Leopardi: è studiarlo come lo abbiamo sempre studiato a scuola. Il giovanotto sfigato e un po’ storto che si strugge invano d’amore per la bella Silvia: la poesia ridotta a fotoromanzo, la grande cultura italiana ridotta a posta del cuore. Dante aveva Beatrice, Petrarca aveva Laura, Leopardi aveva Silvia. Un’identità nazionale affogata nel pettegolezzo, nella pigrizia intellettuale, nella banalità insulsa. Perché poi, alla fine, chi se ne frega se Silvia non ci stava? Sarebbe però un’altra storia – anche da studiare a scuola – se Leopardi venisse invece raccontato come uno dei più grandi geni europei di sempre, non solo poeta ma anche pensatore civile e persino filosofo imprescindibile.

Ha scritto Emanuele Severino ne Il nulla e la poesia che Leopardi «non lo si è mai veramente ascoltato. Schopenhauer, Wagner, Nietzsche sanno di trovarsi di fronte a un genio. […] Se la civiltà occidentale vuol essere coerente alla propria essenza, deve riconoscere che la propria filosofia è la filosofia di Leopardi. L’autentica filosofia dell’Occidente, nella sua essenza e nel suo più rigoroso e potente sviluppo, è la filosofia di Leopardi».

A tentare di strappare Leopardi ai convenzionali omaggi rituali della cultura borghese ci ha provato la cultura marxista, che ne ha se non altro valorizzato la portata filosofica e politica, ma lo ha allo stesso tempo falsificato. Abbiamo così avuto il Leopardi progressivo di Cesare Luporini, vagamente togliattiano, e quello no global di Toni Negri. Eppure, Leopardi appare quanto mai distante da qualsiasi idea di progresso, pur senza essere reazionario né legittimista.

È possibile acquistare il volume in edicola in abbinamento al mensile del Primato Nazionale. In alternativa, lo si può ordinare sul nostro sito in versione cartacea, oppure leggerlo in versione digitale (clicca QUI).

Non c’è alcun vecchio ordine da restaurare, né alcun sol dell’avvenire da attendere messianicamente. E allora cosa resta da fare? Agire eroicamente sulla realtà, quella realtà al cui fondamento è riposto il nulla. Qui Leopardi è quanto mai vicino a Nietzsche. Quello che per il filosofo tedesco è la «morte di Dio», in Leopardi è la «strage delle illusioni». Per Leopardi, come per Nietzsche, non c’è «niente d’assoluto». Le illusioni sono quindi tutte le verità che l’uomo crede di trovare, tutti i presunti punti fermi, tutte le certezze consolatorie di cui, appunto, la realtà si occupa di fare strage. Ma non per questo possono essere derubricate a mere fandonie di cui liberarsi. Le illusioni sono false, sì, ma anche necessarie. Il 30 giugno 1820, in una lettera a Pietro Giordani, Leopardi scrive: «Io non tengo le illusioni per mera vanità, ma per cose in certo modo sostanziali, giacché non sono capricci particolari di questo o quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e compongono tutta la nostra vita».

Il punto cruciale è allora quello di trovare un modo per far leva sulle illusioni senza «illudersi». È qui che subentra l’elemento «assoluto» della politica. Nella comunità politica le illusioni funzionano in modo virtuoso. L’uomo ne comprende la natura di false verità, ma si rende allo stesso tempo eticamente grande grazie alle passioni che esse suscitano. La patria è quindi l’unica illusione virtuosa, una finzione che eleva l’uomo anziché abbrutirlo. Infatti «senza amor nazionale non si dà virtù grande». Ce lo avessero raccontato così, a scuola, sarebbe stata tutta un’altra cosa.

Adriano Scianca

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