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Roma, 5 apr – L’emergere dell’idea di nazione come comunità storico-naturale, fondata sulla condivisione di stirpe, lingua, costumi e religione e chiamata a prendere in mano il suo destino, combattendo per la libertà e l’indipendenza dallo straniero, rappresentò un topos della cultura filosofica e letteraria italiana ed europea in un’epoca, l’inizio dell’ottocento, che la storia delle idee ha definito “romantica” e che culminò, sul piano politico, nelle lotte di liberazione nazionale del 1848, l’anno della “primavera dei popoli”.

La “poesia militante” italiana: Manzoni e Berchet

Nell’ode Marzo 1821, scritta proprio nel 1848 in ricordo dei moti carbonari che, un quarto di secolo prima, avevano scosso l’Europa della Restaurazione, accendendo nella penisola le prime speranze di riscatto, Alessandro Manzoni non solo metteva gli italiani di fronte all’alternativa tra la conquista dell’indipendenza («una gente che libera tutta») e il permanere nella sottomissione allo straniero (la servitù «tra l’Alpe ed il mare») ma, soprattutto, descriveva l’Italia, in versi rimasti celebri, come «una d’arme, di lingua, d’altare / di memorie, di sangue e di cor». Il poeta e scrittore milanese introduceva così, in quel componimento patriottico, l’idea di un’identità italiana forgiata dalla comunione in guerra (le armi) e fondata sul possesso di una stessa lingua, sulla condivisione della medesima tradizione religiosa (l’altare) e della medesima storia (le memorie), sull’appartenenza a una stirpe, intesa anche in senso biologico (il sangue), e infine sul sentimento (cuore) di appartenenza a un’unica comunità di destino.

Un’immagine dell’Italia, quella di Manzoni, condivisa da buona parte dell’intellighenzia italiana poiché questo ritratto in chiave patriottica della nazione come realtà vivente basata su un comune lascito di valori, costumi e tradizioni compariva in più luoghi nella letteratura dell’epoca ed era particolarmente enfatizzato, per citare un esempio, nelle poesie di Giovanni Berchet. Dal Giuramento di Pontida del 1829 («Perché ignoti che qui non han padri / qui staran come in proprio retaggio? / Una terra, un costume, un linguaggio / Dio lor anco non diede a fruir?») all’ode successiva All’armi! All’armi! («Su, Figli d’Italia! Su, in armi! Coraggio! / Il suolo qui è nostro / del nostro retaggio») anche Berchet, come il suo concittadino Manzoni, contribuì infatti al canto corale di quella “poesia militante” che fu portavoce delle «speranze di liberazione, di indipendenza dallo straniero [con] un’acuta attenzione per l’idea di una possibile unità della patria» preparando, sul piano culturale, il terreno all’epopea del Risorgimento.

L’alba dell’idealismo tedesco

In Germania, dove la lotta contro le mire egemoniche di Napoleone favoriva la presa di coscienza di un’identità nazionale tedesca, a fornire legittimità culturale a questo processo furono non tanto i letterati quanto i filosofi, in particolare gli esponenti della corrente di pensiero dell’idealismo romantico. L’estremo soggettivismo di questa filosofia era, in termini speculativi, il frutto di un radicale ripensamento della “rivoluzione copernicana” di Kant che aveva trasformato il soggetto umano (l’Io trascendentale) da ordinatore della conoscenza del mondo empirico a creatore di quello stesso mondo come teatro del suo agire e della sua realizzazione quale essere libero e morale. Il soggetto degli idealisti, però, non doveva rimanere isolato in una dimensione astratta e solipsistica, teoretica o pratica che fosse; fattosi “spirito”, era invece chiamato ad agire, al fine di una trasformazione del mondo compatibile con i fini di moralità e di libertà umane, in quelle entità collettive, concretamente in atto nella storia, che erano la società, lo Stato e la nazione.

Fichte e l’identità della Germania

Il primo esponente di spicco dell’idealismo, e il più significativo in relazione all’argomento qui trattato, fu Johann Gottlieb Fichte (1762-1814) il quale, a opere di alta intensità teoretica (come i Fondamenti dell’intera dottrina della scienza), affiancò una copiosa produzione di carattere etico e politico, tra cui spiccava Lo stato commerciale chiuso del 1800, dove prendeva corpo una teoria della pianificazione economica e dell’autarchia commerciale che prefigurava alcune delle politiche adottate oltre un secolo più tardi, in Italia, dal fascismo mussoliniano.

Il tema patriottico, però, era messo a fuoco da Fichte soprattutto nei Discorsi alla nazione tedesca, giudicati «una delle opere più singolari che siano apparse sulla scena filosofica» (L. Pareyson), nella quale «[si sente] battere il cuore stesso della nazione tedesca» (J.P. Richter). Si trattava di quattordici discorsi tenuti all’Accademia berlinese delle scienze nel biennio 1807-1808, in seguito a quella pace di Tilsit che, avendo sancito l’occupazione francese della Prussia dopo le disfatte di Jena e di Auerstädt, rendeva attuale e inderogabile l’esigenza, per gli intellettuali, di farsi portavoce di un riscatto della Germania che passasse attraverso la costruzione, in virtù di un’intensa opera pedagogica, di una nuova (e più solida che in passato) coscienza nazionale.

Nei Discorsi di Fichte si ritrovano così alcuni dei temi cari al Berchet e, in particolare, al Manzoni dell’ode Marzo 1821 (non caso dedicata alla memoria del poeta tedesco Theodor Koerner, caduto in combattimento contro i francesi nel 1813). Come Manzoni anche Fichte, in un testo successivo ai Discorsi e intitolato Sulla guerra di liberazione (scritto nel 1813 in occasione della ripresa delle ostilità tra la Prussia e la Francia napoleonica), identificava infatti nell’esperienza collettiva di lotta contro lo straniero lo strumento attraverso cui «un popolo diventa un popolo [al punto che] chi non è disposto a condurre insieme agli altri la guerra presente [contro i francesi] non potrà venire incorporato nel popolo tedesco» .

La lingua dell’Urvolk

Il cuore della riflessione fichtiana sull’idea di nazione era, però, quello della lingua (un tema presente, come si è visto, anche nell’ode manzoniana del 1848). L’interesse per la linguistica era infatti diffuso nella cultura tedesca tra XVIII e XIX secolo, grazie soprattutto ai lavori di Wilhelm von Humboldt (1767-1835), secondo il quale la diversità delle lingue non era soltanto una varietà esteriore di “suoni” e di “segni”, bensì era radicata in qualcosa di più profondo, in un’eterogeneità di “visioni del mondo” riconducibili alle differenze storiche e spirituali tra i popoli. La lingua che interessava a Fichte era ovviamente quella tedesca, intesa come “carattere fondamentale” della nazione capace di spiegare la peculiarità dei tedeschi tra gli altri popoli d’Europa. Il filosofo, per individuare la specificità dell’idioma nazionale, risaliva fino agli albori della storia tedesca: «Alla mia voce si associa quella dei vostri avi dalla più remota antichità», scriveva nei Discorsi, «[…] giacché se era destino che la latinità assorbisse i popoli germanici, meglio essere distrutti da quella antica che da questa odierna. Tenemmo testa a quella e la vincemmo» . Fichte evocava, dunque, l’antica contrapposizione tra Roma e i germani che, ben prima del dilagare dei barbari nell’impero d’Occidente tra IV e V secolo, aveva visto, in età augustea, gli antenati dei tedeschi annientare l’esercito imperiale a Teutoburgo, in una battaglia il cui esito avrebbe per secoli cristallizzato sul Reno lo spartiacque tra mondo latino e mondo germanico.

Il ritorno a un passato così remoto serviva comunque a Fichte per giustificare l’identificazione dei tedeschi con l’Urvolk, un mitico “popolo originario” che, avendo conservato la propria libertà da Roma ed essendo rimasto esente dalla contaminazione con la lingua latina, aveva conservato, a differenza per esempio dei francesi, il proprio idioma nella sua ancestrale purezza. I tedeschi, quindi, erano gli unici tra gli europei a potersi considerare popolo (Volk) nel senso vero e proprio del termine. Questa «rivendicazione di un’identità specificamente tedesca» si fondava, dunque, sul fatto che la nazione germanica appariva a Fichte «tagliata fuori dalla storia [nel senso di una sua sostanziale estraneità al cammino “romano”, “francese” e “cattolico” della civiltà europea occidentale], pura e primordiale per la sua lingua incontaminata e per la [sua] forza vitale», nel quadro di una gerarchia di valori tipicamente idealistica che vedeva «al primo posto l’Eterno (la libertà assoluta […]), poi la nazione come “involucro dell’eterno” e infine lo Stato», relegato nel ruolo secondario di strumento al servizio della nazione medesima .

La missione storica della Germania

Ripensando alla secolare frammentazione politica della Germania (per tanti versi analoga a quella italiana), Fichte poteva sostenere, nei Discorsi, che presso i tedeschi Stato e nazione erano due entità distinte, nella misura in cui lo Stato si identificava nella miriade di regni e principati tedeschi (a stento tenuti insieme dal sempre più fragile involucro del Sacro romano impero), laddove la nazione era rappresentata «in una quantità di tradizioni e istituzioni che valevano grazie a un diritto non scritto ma vivo in tutti gli animi», al punto che in tutta l’area in cui si parlava la lingua tedesca «chiunque vi nasceva poteva considerarsi cittadino sia del suo Stato [il regno o il principato territoriale] sia dell’intera patria comune di nazione tedesca».

L’identità di un popolo dipendeva dunque, in Fichte, fondamentalmente dalla sua lingua, in quanto «la lingua assiste ogni uomo nel suo pensare e nel suo volere, lo accompagna nelle più recondite profondità del suo spirito, lo limita o gli dà ali, secondo i casi: […] unisce tutti gli uomini che la parlano e ne fa un solo e comune intelletto [ed] è il punto di contatto tra il mondo dei sensi e il mondo dello spirito». Si capisce, allora, perché Fichte abbia posto una tale enfasi sulla lingua tedesca (l’idioma del “popolo originario” che «vive fin nell’intimo dove sgorga dalle forze naturali» ) proprio in quei Discorsi nei quali affidava alla Germania la missione di redimersi dal dominio straniero e, nel riconoscimento di un suo “primato morale” tra le nazioni, le assegnava il compito di guidare l’intero genere umano nel suo cammino di progresso verso la moralità e la libertà.

Corrado Soldato

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