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moellerRoma, 14 feb – Il senso per il brand, se non altro, non gli mancava. Ci sarebbe la ferrea legge della cronologia, tuttavia, a salvare Arthur Moeller van den Bruck dalla Norimberga postuma per il suo Das Dritte Reich, uscito dieci anni prima dell’avvento al potere dell’altro Terzo Reich, quello più famoso.

Suicidandosi nel 1925, del resto, lo scrittore aveva già chiarito in anticipo e con una certa definitività la questione nazismo, che sarebbe andato al potere solo otto anni dopo. C’è poi il famoso incontro con il futuro Führer allo Juni-Klub, al 22 di Motzstrasse, a Berlino, nella primavera del 1922.

Rumors postbellici, e perciò interessati, raccontano di due giudizi lapidari incrociati e contrari: “Lei ha tutto ciò che a me manca” (Hitler a Moeller). “Questo ragazzo non capisce nulla” (Moeller a Rudolf Pechel, su Hitler, alla fine dell’incontro).

Non così per il fascismo, che Moeller celebrò con un articolo dall’eloquente titolo di “Italia docet”, uscito sulla rivista Gewissen il 6 novembre 1922. Era ovviamente l’esplicita militanza nietzscheana di Mussolini a rendere comprensibile un fenomeno come il fascismo a questo figlio di un notabile prussiano e di una donna di origini olandesi, al cui cognome egli attinse, affiancandolo a quello paterno, per un vezzo nobiliare.

Agli scritti nietzscheani di Moeller dedica ora un importante saggio Stefano G. Azzarà, docente di Storia della filosofia politica moeller 2all’Università di Urbino: Friedrich Nietzsche. Dal radicalismo aristocratico alla Rivoluzione conservatrice. Quattro saggi di Arthur Moeller van den Bruck (Castelvecchi, pp. 225, € 22,00).

I quattro scritti, tre dei quali sono presentati qui per la prima volta in italiano, sono “Nietzsche il ciandala”, del 1899, “Friedrich Nietzsche (1844-1900)”, del 1906, “Il ritorno di Nietzsche” e “Nietzsche e il socialismo”, entrambi del 1919. Azzarà, studioso siciliano di estrazione losurdiana, nel senso di Domenico Losurdo, opportunamente fa notare come Moeller sia “un autore che, al di là di una ristrettissima cerchia di studiosi specialisti, nel nostro paese si può considerare sostanzialmente ignoto”.

E in effetti la bibliografia critica è scarna: c’è la pionieristica opera di Alain de Benoist che ha ormai quasi 30 anni (uscita originariamente per “Nouvelle École”, si intitolava Moeller van den Bruck o la rivoluzione conservatrice. Il francese ci è tornato su recentemente, con Quatre figures de la Révolution Conservatrice allemande, dedicato anche a Spengler, Sombart e Niekisch). C’è il fondamentale Filosofia della Konservative Revolution: Arthur Moeller van den Bruck, di Giuseppe Balistreri, uscito nel 2004 in una edizione in print-on-demand. E poi poco altro.

Ci si potrebbe chiedere perché a Moeller sia stato negato il percorso di redenzione tramite Adelphi, così largamente dispensato a tanti suoi sodali. Una spiegazione la dà lo stesso Azzarà: “In una prospettiva strettamente filosofica sarebbe senz’altro difficile collocarlo allo stesso livello di autori ben più celebri e importanti che – a torto o a ragione – vengono solitamente associati alla Rivoluzione conservatrice, come Spengler, Jünger o addirittura Heidegger”.

moeller 1Il che ha certo tenuto lontano i professionisti del contrabbando ideologico da anni all’opera sulla biblioteca del cattiverio. Filosofo non eccelso (ma eccellente traduttore di Dostoevskij) Moeller fu non di meno figura centrale nella organizzazione del “partito nietzscheano” che nel Novecento cercò di raccogliere e dare un senso alle membra disperse zarathustriane in vista di un progetto che sarà spirituale ma anche e soprattutto politico.

Come spiega Azzarà: “Non è in alcun caso possibile […] studiare e nemmeno ‘immaginare’ la Rivoluzione conservatrice tedesca, nella novità che essa rappresenta rispetto alle tendenze conservatrici precedenti, prescindendo dalla ‘scuola’ di Moeller”.

Il rapporto serrato con il solitario di Sils Maria non è tuttavia privo, in Moeller, di stratificazioni, avvitamenti e cambiamenti di rotta. In “Nietzsche il ciandala”, il creatore di Zarathustra è ancora una natura degenerata, il cui creare “si rivela nient’altro che una domanda a metà, una domanda che deglutisce, balbetta, indugia”.

Vent’anni dopo, Nietzsche diventa inaspettatamente il profeta di un nuovo tipo di socialismo, che “può fornire le fondamenta per valori nuovi”, un socialismo che è “assoluta volontà di affermazione della vita”. È esattamente a questo punto che la storia d’Europa ha fatto un “clic”. Impercettibile, ma dall’eco deflagrante.

Adriano Scianca

(articolo originariamente uscito sul Foglio di venerdì 13 febbraio)

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