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Roma, 29 luglio – L’uomo dell’anno tutti gli anni. Benito Mussolini è l’eminenza dietro ogni attacco ideologico della politica nostrana, anche e soprattutto, nel 2020. Qualche anno fa Marcello Veneziani scrisse: “Il peccato originale e mortale della nostra società è l’apologia del Duce e della sua creatura malefica”. A settembre, esattamente il 3, Altaforte Edizioni pubblicherà il volume Mussolini e la filosofia scritto dal direttore de Il Primato Nazionale Adriano Scianca. In questi giorni di canicola ci siamo intrattenuti con il pensatore umbro conversando attorno alla sua prossima fatica letteraria.
 
Scianca da dove nasce l’esigenza di scrivere un libro su Mussolini e la filosofia?

Nasce dal mio percorso personale, che mi ha portato a interessarmi di entrambi gli argomenti, e dall’osservazione di quanto frequentemente si intersecassero tra loro. E poiché nessuno vi aveva ancora puntato i riflettori, ho deciso di essere io il primo a farlo.

Nella storiografia ufficiale l’attenzione è sempre ricaduta sulle origini del Fascismo – pensiamo al lavoro di Sternhell – ma lei ha voluto concentrarsi sulle origini di Mussolini…

Mussolini ha una storia intellettuale diversa da quella del Fascismo nel suo complesso. Pensiamo solo a Nietzsche: cruciale nello sviluppo del pensiero mussoliniano e praticamente assente nel dibattito ideologico fascista. Mi sembrava più stimolante e gravido di sviluppi un esame dello specifico percorso mussoliniano, anche perché, ripeto, non mi risulta che esista alcuna monografia dedicata ai soli interessi filosofici di Mussolini.

Qual è stata, secondo i suoi studi, la chiave di volta che ha spinto il futuro Duce dal socialismo al Fascismo?

Fu, ovviamente, un passaggio molto complesso, che andrebbe indagato in termini politici, psicologici e culturali. Per limitarci all’ambito che qui ci interessa, direi che la svolta interventista arriva in un momento in cui Mussolini sta già da tempo ripensando il suo marxismo (paradossalmente, la crisi si fa acuta proprio quando Mussolini arriva al vertice del Partito socialista come direttore dell’Avanti!). Da una parte, egli fatica sempre di più a far coesistere Marx con i vari filoni “irrazionalisti” cui si interessa. Dall’altro, si accorge che la realtà è sempre più spesso in contraddizione con la teoria. La guerra mondiale, per esempio, non è spiegabile con la sola chiave del classismo. Mussolini nota che, proprio mentre la storia sta subendo un’accelerazione decisiva, lui rischia di esservi tagliato fuori perché le categorie del suo ambiente non sono adatte a comprendere il momento storico, cosa per lui insopportabile. È da qui che nasce una complessa navigazione intellettuale quasi solitaria che lo porterà, qualche anno dopo, a creare il Fascismo.

Nietzsche, Sorel, Stirner e Marx. E’ possibile stilare una classifica di pensatori che hanno influenzato culturalmente Benito Mussolini?

No, perché alcuni pensatori sono cruciali in certe fasi della parabola mussoliniana per poi essere dimenticati o riletti in modo diverso in altre. Credo che, in generale, sia cruciale per comprendere Mussolini il nesso segreto che lega Nietzsche e Gentile, di cui il pensiero ufficiale si è accorto solo di recente, penso ai lavori di Emanuele Severino, e di cui invece già Mussolini sembrava non essere del tutto ignaro.

La sua vuole essere una risposta al Premio Strega Antonio Scurati e al suo M. Il figlio del secolo?

Scurati sembrava aver sviluppato un rapporto ossessivo con quel premio troppe volte sfiorato. Alla fine, per averlo, si è dovuto aggrappare al Duce (ma dubito che tale risultato possa essere inserito nelle famose “cose buone” fatte da Mussolini). Io ho molte meno ambizioni di lui. Come amaro, però, lo Strega ha un certo carattere.

Cosa risponde a chi vuole relegare il Fascismo al rango di “malattia morale” per usare le parole di Benedetto Croce?

Nietzsche definiva la morale «Circe dei filosofi». Oggi sappiamo che è anche, molto di più, una «Circe degli storici». È un peccato, perché il percorso storiografico tracciato prima da Renzo De Felice e poi da Emilio Gentile aveva posto le basi per uno studio del Fascismo sine ira et studio. E invece oggi ci ritroviamo ad affidare il dibattito a libelli in cui si parla dell’«esecuzione del filosofo fiorentino Giovanni Gentile» (Ma perché siamo ancora fascisti?, di Francesco Filippi). Evidentemente lo storico moralista si sente investito da una missione politica al cospetto della quale dettagli come l’essere siciliano o fiorentino passano in secondo piano…

Nel suo volume c’è anche un richiamo alla religione…

Mussolini era uno spirito eminentemente laico, ma con uno strano misto di attrazione e repulsione per i rituali cattolici. Da giovane era stato un ateo mangiapreti di rara violenza, poi, con il fascismo, aveva attuato una politica di diplomatica pacificazione con la Chiesa che sarebbe culminata con il Concordato del 1929. Ma la sua visione della religione, della spiritualità, del ruolo del cristianesimo nella storia non credo sia mai cambiata molto. Le sue chiavi di lettura rimarranno sempre nietzscheane. Sapeva di non poter vincere, al momento, una sfida frontale con la liturgia cattolica, che mirava semmai a “svuotare” e “sostituire” nel lungo periodo con quello che è stato significativamente rinominato il “culto del littorio”.

Non si è sottratto nemmeno davanti allo spinoso problema della questione razziale…

Il razzismo è un capitolo della storia delle idee e come tale va trattato. Non è mio compito «assolvere» Mussolini da tale «colpa» né «inchiodarlo» a essa, bensì tentare di spiegare come «girano» certi temi nella sua visione del mondo e come si evolve il suo pensiero sull’argomento. Sappiamo che egli ebbe una discreta conoscenza dei fondamenti teorici del razzismo sin da giovane. Nel corso degli anni approfondì l’argomento sulla spinta di vari fattori, sia politici che culturali, fino a giungere alla svolta propriamente razzista del 1938 (o di qualche anno prima, con la proclamazione dell’Impero). Credo però che egli, sempre restando sul piano delle idee, sviluppò il tema con una certa originalità.

Marcello Veneziani, tempo fa, parlava di ideologia italiana. Possiamo dire che Mussolini, da La Voce all’idealismo, è figlio di questa filosofia?

La categoria di “ideologia italiana” è piuttosto problematica (anche se il libro di Veneziani citato è molto valido). Non a caso dalla Voce si fanno discendere il Fascismo, il comunismo gramsciano e l’antifascismo di Gobetti. Si rischia quindi di perdersi nella notte in cui tutte le ideologie italiane sono grigie. Va inoltre aggiunto che Mussolini aveva una formazione ideologica “molto poco italiana”, come direbbero in Boris.

Perché ha scelto Altaforte Edizioni, casa editrice particolarmente attenzionata dai “sanificatori della storia”?

Con Altaforte ho un rapporto molto stretto, essendo stato peraltro un mio libro (La nazione fatidica) il primo pubblicato dalla casa editrice. Recentemente abbiamo anche ripubblicato un mio testo che forse in precedenza era stato un po’ sottovalutato, Ezra fa surf. Continuare la collaborazione era quindi scontato. Quanto ai sanificatori della storia, alle tentazioni censorie e alla cancel culture de noantri, credo che siano ostacoli fastidiosi ma che faccia tutto parte di regole e rapporti di forza che conosciamo da sempre. Il modo di rispondere a questi attacchi è colpire il nemico dove gli fa più male: proprio sui terreni dove esistono egemonie consolidate, come ad esempio la storiografia o la filosofia. È uno dei motivi per cui penso che Mussolini e la filosofia possa essere importante.
 
a cura di Lorenzo Cafarchio

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