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Roma, 29 nov – «Il Capitano volse un poco la testa verso di me, sussurrandomi: “Permettimi di parlare ai miei camerati”. Ma in quell’istante […] il maggiore Dinulescu salì sul predellino dell’auto e […] ordinò tra i denti: “Esecuzione!” A quel punto i gendarmi gettarono le corde…». Questo resoconto non è tratto da un articolo di cronaca nera, bensì dalla deposizione di un gendarme di fronte alla commissione militare chiamata a indagare su uno degli assassinii politici più atroci commessi in Europa nella prima metà del Novecento: l’omicidio per strangolamento di Corneliu Zelea Codreanu e di tredici suoi legionari, avvenuto in quella che i romeni battezzarono, con macabra metafora, «la notte dei vampiri» del 29-30 novembre 1938.



Codreanu e la comunità legionaria

La figura di Codreanu, il Capitano del legionarismo romeno, ucciso a soli 39 anni di età, non ha mai goduto in Italia di buona stampa. Considerato esponente di un fascismo balcanico, fanatico e violentemente antisemita, egli, al pari delle sue camicie verdi, è stato costantemente denigrato, se non apertamente demonizzato, sia dalla storiografia divulgativa sia, seppure con le dovute eccezioni, da una buona parte di quella accademica. A prescindere dai cliché negativizzanti, il legionarismo romeno fu in realtà, sotto la leadership di Codreanu (e anche dopo di lui), un fenomeno complesso e sfaccettato.

Le camicie verdi del Capitano furono certamente affini, sotto molti aspetti, ai movimenti e regimi fascisti contemporanei (includendo tra essi, con qualche forzatura, anche il nazionalsocialismo tedesco), sebbene non mancassero loro tratti di palese eccentricità. Il movimento codreanista infatti, prima sotto il nome di Legione dell’arcangelo Michele (fondata nel 1927) e poi, dal 1930, sotto quello di Guardia di ferro, presentava, in primis nella figura del Capitano (come ben si evince dalle note da lui vergate in carcere tra l’aprile e il giugno del 1938), una carica di misticismo e di religiosità (cristiano-ortodossa) del tutto singolare, al punto che lo si è definito più un «ordine religioso-militare» che un movimento politico vero e proprio. La comunità legionaria, dopo tutto, aveva poco a che vedere sul piano organizzativo con un partito tradizionale, sia pure di stampo fascista. Essa, come scrive Maurice Bardèche, era articolata in due distinte catene di comando: quella delle funzioni amministrative (con la frequente rotazione delle cariche) e quella della gerarchia militante, che dal legionario semplice saliva all’élite del movimento (la Confraternita della Croce) e al suo Capitano, e in cui erano ricompresi alcuni “corpi scelti” formati dagli elementi più devoti e fanatici.

Questa duplice struttura, il cui ritualismo ricordava le società segrete del primo Ottocento (per essere accolti tra i legionari occorreva sottoporsi a un duro tirocinio e a prove iniziatiche, mentre un rito di sangue dal sapore quasi magico era celebrato dagli aspiranti membri della Confraternita della Croce), si modellava sulla cellula base del Nido (Cuib), che riuniva fino a dodici membri (camarazi) sotto la guida di un Capo del Cuib (carica che diede titolo anche ad un libro scritto dallo stesso Codreanu). Eppure, questa “setta” dalla fisionomia così arcaica ed esoterica era anche un autentico movimento di massa, in grado di mobilitare, a metà degli anni Trenta, almeno 200mila militanti (quasi tutti giovanissimi), organizzati in oltre 30mila Nidi, con un forte radicamento tra le masse contadine (e in parte operaie), il clero ortodosso e gli intellettuali, capace inoltre di svolgere un’azione di insospettabile modernità in un Paese arretrato come la Romania di allora, fatta di iniziative sociali a partecipazione volontaria quali i campi di lavoro per opere di pubblica utilità e un commercio legionario articolato in cooperative, officine e ristoranti con prezzi di calmiere.

Il legionarismo tra violenza e persecuzione

Ovviamente, ad alimentare la “leggenda nera” su Codreanu e il legionarismo hanno contribuito l’enfasi sul carattere violento dell’organizzazione e sull’antisemitismo che ne permeava l’ideologia e la prassi. Si rimanda, per ragioni di spazio, alla bibliografia specifica sulle motivazioni dell’avversione di Codreanu per gli ebrei (in cui confluivano istanze religiose ed economico-sociali, più che razziali in senso stretto) e sui dettagli della partecipazione legionaria ai pogrom romeni della seconda guerra mondiale (avvenuti, peraltro, quando il Capitano era già morto e che ebbero come protagonisti soprattutto militari e gendarmi del regime di Ion Antonescu).

Concentriamoci, invece, sulla vexata quaestio della violenza codreanista. Che la Legione, poi Guardia di ferro, avesse una propensione all’uso della forza è innegabile, sebbene gli attacchi fossero mirati a colpire figure ben individuate, dai nemici dichiarati ai traditori del movimento, così come è indubbio che tale ricorso alla violenza fosse da inquadrare nel peculiare contesto della Romania dell’epoca.

Il Paese era una monarchia (che dal 1929 aveva a capo re Carol II), liberale di facciata ma autoritaria nei fatti, repressiva verso ogni forma di dissidenza e con la radicata consuetudine al broglio elettorale. La nazione balcanica, per di più, aveva un sistema sociale ed economico arretrato, in cui alla miseria delle masse contadine e operaie e alla fragilità del ceto medio faceva da contraltare una classe di latifondisti e speculatori che del governo rappresentava un sicuro puntello. Il regime monarchico (come si vedrà meglio più avanti, nella ricostruzione del “calvario” giudiziario di Codreanu) colpì con costante durezza il legionarismo al punto che, secondo Marco Fraquelli, a fronte di undici omicidi politici imputabili ai codreanisti tra il 1924 e il 1937, nello stesso lasso di tempo «almeno 500 militanti della Guardia di ferro furono uccisi, soprattutto dalla polizia», senza contare i circa 1200 legionari massacrati nel 1939, nel corso delle “purghe” governative che fecero seguito all’assassinio del Capitano (alcuni storici, i più imparziali, non a caso ammettono che l’aggressività legionaria dovrebbe essere considerata anche come risposta alla violenta persecuzione poliziesca).

Forse anche per sottrarsi a questo clima intimidatorio, che si rifletteva pure sul piano simbolico (nel 1931, con la costituzione della Guardia di ferro, l’icona dell’arcangelo Michele fu sostituita da un nuovo emblema: sei linee stilizzate che ricordavano le sbarre di una prigione), i legionari percorsero, accanto alla via del radicalismo extraparlamentare, anche quella della partecipazione alle competizioni elettorali. Un’opzione, questa, che si concretizzò prima nel 1931, con una lista intitolata allo stesso Codreanu, poi nel 1935 sotto l’etichetta di Tutto per la Patria, un movimento che aveva di fatto assunto la rappresentanza politica dell’organizzazione legionaria.

Il “calvario” del Capitano

Si è prima accennato al “calvario” di Codreanu, che culminerà nel “martirio” per mano dei gendarmi, e queste metafore non sono scelte a caso se è vero, come alcuni biografi del leader romeno hanno notato, che la vicenda politico-giudiziaria del Capitano fu anche una sorta di imitatio Christi, modellata però più sul Gesù della passione e della crocifissione che su quello della glorificazione.

L’inizio di questa odissea risale al 1923, quando Codreanu, allora figura di spicco della LANC (Lega di difesa nazionale cristiana), subì un primo arresto in seguito ai disordini scoppiati per la decisione del governo di concedere la cittadinanza romena agli ebrei. Seguirono, dopo la sua scarcerazione, arresti di altri membri della LANC, disordini e un secondo fermo per Codreanu e i suoi compagni, tutti in seguito prosciolti, nel marzo 1924, dall’accusa di avere ordito un complotto antigovernativo. Uscito dal carcere, nel maggio di quell’anno il Capitano fu fatto arrestare di nuovo dal prefetto della città di Jassy, per avere organizzato con alcuni studenti della LANC un campo di lavoro finalizzato alla costruzione di un pensionato universitario. Sul trattamento inflitto a Codreanu e ai suoi concordano sia Bardèche, il quale riferisce che «gli studenti furono schiaffeggiati in pubblico, gli ispettori caricarono di botte Codreanu […] e lo trascinarono coperto di sputi e ammanettato per le vie di Jassy», sia Fraquelli che, più sinteticamente, accenna a «torture e sevizie» subite dagli arrestati. Ne seguì, a fine ottobre, una causa intentata da uno degli studenti della LANC nel corso della quale Codreanu (che rappresentava il giovane in tribunale) uccise il prefetto a colpi di rivoltella, sembra per difendersi da un’aggressione di poliziotti guidata dallo stesso funzionario. Fu dunque, nonostante alcune testimonianze in contrario, un atto di legittima difesa, come venne riconosciuto dai giudici i quali, «mentre in tutto il Paese si tenevano manifestazioni e mobilitazioni popolari in favore dell’omicida» (Fraquelli), assolsero Codreanu nel maggio 1925. Nel 1931 si ebbe un’altra incarcerazione, questa volta per “complicità morale” nel tentato omicidio di un giornalista ebreo che aveva orchestrato una campagna di stampa contro i legionari, ma anche in questo frangente Codreanu venne rilasciato. Nel 1932, dopo che la lista elettorale legionaria aveva conquistato cinque seggi in Parlamento, la persecuzione governativa andò inasprendosi. Nel 1933 si ribadì lo scioglimento della Guardia (già messa fuorilegge due anni prima) e migliaia di legionari furono arrestati (e in alcuni casi uccisi), scatenando una nuova rappresaglia che culminò nell’attentato del dicembre 1933 contro Jon Duca, il capo dell’esecutivo, ucciso da un commando di legionari soprannominati Nicadori (Codreanu, rinviato a giudizio insieme ai dirigenti del movimento, venne poi assolto in tribunale).

Dopo un periodo di relativa tregua, che vide la Guardia di ferro riacquistare la legalità e crescere in termini sia di militanti sia di consensi elettorali (giungendo a conquistare 60 seggi in Parlamento), la situazione tornò tesa a partire dal 1937, a causa della svolta autoritaria di re Carol. Il monarca, infatti, creò un’organizzazione unica della gioventù sul modello fascista (la Guardia della patria) con il proposito di sottrarre al codreanismo il suo bacino di reclutamento tradizionale, abolì il pluralismo istituendo un  partito unico filogovernativo e indisse nel 1938 un referendum che approvò una nuova Costituzione la quale «consentiva la creazione di una dittatura monarchica e la conseguente esautorazione del Parlamento» (Fraquelli). Forte dei pieni poteri, il re ebbe allora mano libera nella resa dei conti con l’opposizione legionaria. Vi furono ondate di arresti, chiusure di esercizi commerciali e di campi di lavoro, licenziamenti di funzionari pubblici simpatizzanti della Guardia (che venne di nuovo sciolta) e, quando il Capitano protestò indirizzando una lettera dai toni veementi al consigliere reale Nicolae Iorga, fu arrestato con l’accusa di vilipendio e quindi, nell’aprile 1938, condannato a sei mesi di carcere.

L’epilogo di questa vicenda riporta alla mente le fasi più cupe delle coeve “purghe” staliniane in Unione sovietica. Contro Codreanu si montarono nuovi e infamanti capi di imputazione, tra cui quelli di attività terroristica, tentata insurrezione e spionaggio; accuse a cui il Capitano reagì con sdegno e che però gli costarono la condanna a dieci anni di lavori forzati. Era il maggio 1938 e al leader guardista restavano pochi mesi di vita poiché alla fine di novembre, come anticipato, fu brutalmente ucciso insieme ai suoi camarazi per ordine del procuratore reale, che organizzò anche un goffo e macabro tentativo di insabbiamento ordinando, per simulare una fuga, la fucilazione dei cadaveri (i quali, come ennesimo oltraggio, vennero poi dissepolti e cosparsi di vetriolo).

L’omicidio di Codreanu e il discusso ruolo di Hitler

Tra i capi di accusa mossi a Codreanu, si è detto, vi era quello di spionaggio o, più precisamente, di «contatto con uno Stato straniero per provocare la rivoluzione sociale in Romania». Questa potenza straniera era, a quanto pare, la Germania di Adolf Hitler a cui il Capitano, in occasione dell’Anschluss austriaco (marzo 1938), aveva inviato un telegramma di felicitazioni. L’imputazione era grave, per quanto basata su prove gracili, ma la sua menzione consente di gettare un po’ di luce sui rapporti tra il movimento legionario e il Terzo Reich come sul ruolo ambiguo che i vertici nazisti giocarono nella vicenda della «notte dei vampiri».

Che Codreanu, fin da giovane, avesse ammirato Hitler è un dato di fatto, come accertati sono i contatti del legionarismo, a partire dai primi anni Trenta, con le SS di Heinrich Himmler. Con la Germania, potenza emergente in Europa, doveva però fare i conti anche re Carol, preoccupato di preservare il Paese dalle ingerenze tedesche. Una svolta vi fu, a questo riguardo, dopo l’annessione dell’Austria, che avvicinò il Reich alla frontiera romena, e non è un caso che Fraquelli metta in relazione all’Anschluss l’inasprimento delle «misure antilegionarie » menzionate in precedenza. Christopher Hale, dal canto suo, nel capitolo romeno di un saggio sul collaborazionismo filonazista tra il 1940 e il 1945 (fenomeno che in realtà con Codreanu, se non altro per ragioni cronologiche, non ebbe molto a che fare), scrive che dopo la condanna del leader legionario nel 1938 si ebbe un incontro tra Carol e Hitler, nel corso del quale il Führer tentò di convincere il re a rilasciare il prigioniero e «a formare un “governo guardista”», e insinua che fu proprio la pressione tedesca a indurre il monarca a sopprimere Codreanu.

Esiste però anche un’ipotesi alternativa, ovvero che sia stato il Führer a convincere Carol a sbarazzarsi del Capitano. La congettura, sebbene non verificabile, conserva una certa plausibilità nella misura in cui alcuni ambienti tedeschi vedevano con favore l’eliminazione di Codreanu e del legionarismo, visti come elementi di destabilizzazione politica in un Paese che la Germania intendeva attirare nella propria sfera d’influenza. Gli eventi successivi allo scoppio del secondo conflitto mondiale, con l’abdicazione di Carol, l’ascesa al potere del generale Antonescu e l’adesione romena all’Asse, sembrano corroborare, a posteriori, tale ipotesi. Il regime hitleriano, infatti, non fu mai troppo propenso a supportare il radicalismo sociale legionario e, infatti, la precaria collaborazione tra Antonescu e la rediviva Guardia inaugurata nel 1940 si infranse già nel gennaio 1941, con un putsch legionario la cui repressione ebbe l’appoggio tedesco. Tutto ciò non deve stupire più di tanto. La Realpolitik nazionalsocialista, soprattutto durante la guerra, poteva anche implicare la soppressione violenta di movimenti radicali, sacrificati sull’altare di una cooperazione con regimi autoritari e conservatori (come quello di Antonescu in Romania) «più affidabili dal punto di vista della capacità di governare la “macchina” statale» (Fraquelli), ovvero in grado di meglio garantire, con la stabilità interna, una più efficace collaborazione allo sforzo bellico del Reich.

Bibliografia

M. Bardèche, I fascismi sconosciuti, Ciarrapico 1969
C.. Z. Codreanu, Diario dal carcere, Edizioni di Ar 1982
M. Fraquelli, Altri duci. I fascismi europei tra le due guerre, Mursia 2014
C. Hale, I carnefici stranieri di Hitler. L’Europa complice delle SS, Garzanti 2012

Corrado Soldato

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3 Commenti

  1. Sunto per spunti di ricordo e riesame!
    Comunque è grave che oggi in Moldavia, terra nella quale è nato e ha combattuto C.Z.Codreanu quasi nessuno sappia più nulla! La Romania è di fatto una ipertrofia territoriale politica non coincidente con la storia (non a caso anche l’ Ungheria rivendica buona parte di terra e di popolo) e la Moldavia vera, dopo i Carpazi è ben altro che la repubblichetta restata dopo il crac sovietico. Anche qui, come in Jugoslavia, come in Urss, si è forzata l’ unione tra popoli non esattamente da fondersi. A che pro?!
    Cominciamo a saper unire i latini…, anche sotto la bandiera dell’ Arcangelo Michele! Altri elementi sono sottoprodotti, surrogati, forzature; disequilibri veri e propri! Un po’ come questa Europa, senza i fondamentali, arenata, forzatamente insieme e disunita al tempo stesso.
    Doppio onore ai Legionari in terre difficili…

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