Roma, 24 mag – A cavallo della pandemia da Covid, anche se non necessariamente a causa di questa, la parte dei filosofi italiani che non si è impegnata per legittimare sic et simpliciter l’ordinamento vigente e le sue decisioni quali che fossero o, viceversa, che non si è intestardita in crociate paranoiche e apocalittiche, sembra aver trovato nuovi stimoli in una sorta di riscoperta del panteismo filosofico. È il caso di Métamorphoses, di Emanuele Coccia, uscito in francese nel fatidico marzo 2020 e solo in questi giorni pubblicato in italiano. Oppure dei saggi di Emanuele Dattilo come Il dio sensibile. Saggio sul panteismo, del 2021, e il recente La vita che vive, dedicato a Spinoza. Il completo sconvolgimento delle nostre vite a causa di un virus, cioè di una forma biologica elementare, acefala, non razionale, posta all’opposto dell’uomo sulla scala evolutiva, sembra in effetti aver fornito un invito a ripensare la vita in un contesto più ampio e non antropomorfizzato. Oceano. Filosofia del pianeta, il nuovo libro di Simone Regazzoni (Ponte alle grazie), rientra (solo in parte, come vedremo) in questo filone.

Oceano, così Regazzoni ci parla dell’Uno-Tutto inesausto

Oceano è un libro che aggira, sfiorandoli solamente, due luoghi comuni nelle cui secche poteva facilmente arenarsi: l’ennesima filosofia del liquido, del fluido, del mare, della navigazione, da una parte, e la tirata moralistica sull’uomo cattivo, la natura ferita e l’antropocene che asfissia la povera Gaia. L’oceano di cui parla il titolo – e che nel libro è scritto sistematicamente in maiuscolo e senza articolo, a richiamare il senso primordiale della divinità pre-indoeuropea – non è nemmeno da identificarsi unicamente con le cinque masse d’acqua omonime ripartite secondo la divisione scolastica: Atlantico, Pacifico, Indiano, Artico e, aggiunto solo di recente, il Meridionale. È, piuttosto, la totalità caotica dell’ente nel suo incessante divenire, un Uno-Tutto inesausto, il panta della famosa formula eraclitea: panta rei, tutto scorre. Oceano è il flusso continuo del vivente, in tutte le sue metamorfosi, composizioni e ricomposizioni, nel quale anche l’uomo è da sempre calato, ma che deve re-imparare a comprendere. È il dionisiaco di Nietzsche.

L’elemento dominante

A farne le spese è la terra, intesa come elemento fondamentale del nostro essere-nel-mondo, condizione di possibilità della nostra stessa esistenza in quanto esseri umani. Bypassando la celebre dicotomia schmittiana, Regazzoni invita anzi a concepire la terra come un’appendice del mare (o di Oceano): l’intero pianeta – anzi, il cosmo stesso – va concepito come un ecosistema che ha l’acqua come elemento dominante, in cui tutto si regge sull’acqua, tutto è permeato dall’acqua, tutto trova un senso alla luce del proprio rapporto con l’acqua. Nel libro spiccano alcune pagine luminose e originali, come quelle che intrepretano Melville come filosofo di Oceano o la ri-traduzione di alcuni frammenti di Talete che fanno del presocratico un surfista ante litteram, il tutto argomentato in modo circolare, come in un gioco di flussi e riflussi in cui gli stessi temi e gli stessi riferimenti tornano di continuo, ma in modo sempre nuovo.

Una volta re-interpretato il mondo come un Uno-Tutto oceanico, resta tuttavia inevasa la domanda che perseguita ogni filosofo: «D’accordo, ma in concreto?». Il problema del panteismo è che dà luogo spesso e volentieri a una notte in cui non solo tutte le vacche sono grigie, ma lo sono anche l’erba che esse brucano, il cielo, l’acqua e pure il mandriano, un enorme flusso di vita indistinguibile. Come ha scritto Raffaele Alberto Ventura, recensendo, su Domani, Metamorfosi di Coccia: «Se gli esseri umani si convincono che ogni cosa, inclusa la loro stessa vita, è secondaria rispetto all’ecosistema nella sua totalità, ogni mezzo politico per gestire la catastrofe in corso sarebbe giustificato. Così passavano nella pace e nell’armonia le stagioni sull’isola di Summerisle, nel film The Wicker Man, sito di un bizzarro culto pagano segnato da occasionali sacrifici umani. Ma sarebbe ugualmente giustificato, in un’ottica non-antropocentrica, lasciar invece correre la catastrofe, poiché essa non è altro in fondo che una metamorfosi più grande. L’umanità sopravviverà comunque sotto forma di fungo o sabbiolina».

Affermarsi combattendo

Regazzoni sembra tuttavia consapevole del rischio di questa aporia, e infatti sui social – che lo studioso usa come strumento filosofico, tanto che non c’è vero confine tra i post che annunciano, commentano e proseguono la pubblicazione dei suoi libri e i libri stessi – ha invitato a leggere Oceano insieme al suo saggio precedente, La palestra di Platone: «Questi due libri rappresentano un dittico e vanno letti insieme, circolarmente, perché l’uno sviluppa temi presenti nell’altro e viceversa. Se La palestra si occupa dell’allenamento di sé come pratica di soggettivazione e potenziamento vitale, Oceano indaga l’elemento in cui il sé è immerso e da cui è attraversato. Queste due istanze, la forma di vita che lavora su di sé e il processo vitalemortale in cui è immersa e con cui è in consonanza, vanno tenute assieme, altrimenti si corre il rischio di cadere in un panteismo che guarda solo alla sostanza comune e trascura la singolarità delle forme di vita».

Ecco quindi la soluzione di Regazzoni all’aporia del panteismo: la lotta come pratica del riconoscimento e della soggettivazione. All’interno del grande flusso vitale, l’uomo scopre e afferma se stesso combattendo. Resta tuttavia un dubbio: si può lottare in acqua? Per mandare qualcuno «a tappeto» serve un suolo. Per essere vivibile e sperimentabile dall’uomo, la filosofia di Oceano deve trovare il modo di riappropriarsi della terra.

Adriano Scianca

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