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Roma, 5 giu – In una delle sue ultime «Amache» su Repubblica, Michele Serra unisce in un’unica trama i due grandi filoni del pensiero di sinistra contemporaneo: il «che tempi signora mia» con il «che schifo quelli di destra». Partendo dalla manifestazione del 2 giugno organizzata dal centrodestra, in cui Serra ha visto con orrore solo «manate sulle spalle» e «promiscuità cretinamente sediziosa», l’editorialista di Repubblica si domanda come si sia arrivati a tanto, partendo dalla definizione di destra data invece da Giuseppe Prezzolini nel suo Manifesto dei conservatori. In quel libretto un po’ inacidito, Prezzolini definiva la destra attraverso la cultura, il rispetto delle regole, l’educazione, laddove invece la sinistra era l’ignoranza al potere, lo sbraco, la sguaiatezza. Come hanno fatto a ribaltarsi in questo modo le cose, si chiede Serra? Ora, Serra a parte, che la politica abbia perso il senso dello stile è verissimo. E che tale inselvatichimento sia più visibile nelle frange populiste è ancora vero. C’è però qualche aspetto di tale dinamica che a Serra sembra sfuggire. Vediamoli in ordine sparso.

La sinistra a difesa di qualsiasi establishment

a) Tanto per cominciare, Serra si concentra sulla deriva della destra ma dimentica la speculare deriva della sinistra. Se è lecito chiedersi come si sia passati dalla destra piuttosto immaginaria di Prezzolini, tutta rispetto delle regole e difesa dell’ordine costituito, a quella che, parafrasando Guzzanti, «fa un po’ come cazzo le pare», è ancora più interessante domandarsi perché i presunti rivoluzionari e contestatori di un tempo si siano riscoperti oggi difensori di qualsiasi establishment, propugnatori di reati d’opinione, talebani di qualsiasi assetto politico dato. Com’è, caro Serra, che dal «vietato vietare» siete finiti alle acrobazie dialettiche del politicamente corretto, all’elogio degli «standard della comunità», all’invocazione delle leggi speciali, all’idolatria per i magistrati?

Nessun rispetto per la destra

b) La destra «educata e colta» è esistita, perché ad esempio di Almirante tutto si poteva dire tranne che non fosse persona di cultura e di stile. Eppure non è che la sinistra di allora, né quella di oggi, gli abbiano mai tributato il famoso rispetto di cui parla Serra. Ma lasciamo perdere Almirante: il mondo da cui viene Serra ha sempre considerato fascistoide persino l’educata, colta e moderata Dc… Quanto a Montanelli, che Serra cita con nostalgia sul finale del suo elzeviro, la sinistra dell’epoca espresse la sua ammirazione per l’eleganza dei suoi editoriali conservatori con due pallottole nelle gambe, quella di oggi ne imbratta le statue e lo tratta da pedofilo. Insomma, l’impressione è che «la destra per cui potrei provare rispetto» sia sempre quella che non c’è. A quella che c’è, quale che sia il suo grado di raffinatezza, si riserva disprezzo a prescindere.

Una politica per “sdraiati”

c) La sciatteria e la volgarità della classe dirigente attuale, come dicevamo, è reale, anche a prescindere dai pistolotti moralizzanti di Serra. Ciò che quest’ultimo non sembra comprendere è quanto tutto questo sia comunque figlio di una cultura politica che è esattamente quella di Serra. È quel mondo lì che ha diffamato per anni qualsiasi idea di stile, fermezza, forma. Qualche tempo fa, Serra scrisse un libro, Gli sdraiati, dedicato ai figli di quelli della sua generazione, gli adolescenti sempre stravaccati con il telefonino in mano, abulici e disimpegnati. Ma cos’è il populismo contemporaneo, se non uno stile politico esattamente «sdraiato»?

La rivoluzione non è un pranzo di gala

d) Quanto a Prezzolini, infine, è facile citarne oggi uno dei suoi saggi che, lo dice Serra stesso, «non fu tra i suoi libri più memorabili». Sarebbe però interessante vedere la reazione di Serra e di Repubblica di fronte a un Prezzolini redivivo. Non quello senile che criticava i capelloni, ma quello giovane, quello de La Voce, cioè il più grande svecchiatore culturale che l’Italia abbia avuto, l’uomo che introdusse in Italia il pragmatismo americano, che flirtò con il sorelismo, che vide consumarsi sul suo foglio la rottura tra Gentile e Croce, che creò quasi dal nulla il mito di Mussolini quando Mussolini non era ancora nessuno. Come minimo gli avrebbero messo alle calcagna Berizzi. Immaginiamocelo, Serra che commenta con una sua «Amaca» il Prezzolini che scriveva: «Si possono fare rivoluzioni senza “teppa”? Non lo crediamo. Le rivoluzioni non si fanno né con gli studiosi, né con la gente in guanti bianchi. Un teppista conta più d’un professore d’università quando si tratta di tirar su una barricata o di sfondare le porte d’una banca. Anche la “teppa” ha il suo ufficio nell’universo in generale e nelle rivoluzioni in modo particolare. Credono forse coloro che contro la teppa oggi protestano, che la Rivoluzione francese, o le Cinque giornate, o la difesa di Venezia e di Roma, abbiano visto per le strade soltanto le persone colla fedina criminale pulita? La gente per bene è la delizia di tutti i tiranni. Con la “gente per bene” il mondo non andrebbe avanti». Che gente, signora mia.

Adriano Scianca

2 Commenti

  1. Con un maître à penser così francamente non sprechiamo tempo e “ridateci la Potëmkin” diciamolo noi.

  2. In quella foto di Tajani, Meloni e Salvini insieme c’è tutta la inanita’ del centrodestra dove aneliti pseudo identitari convivono insieme ad ambienti liberali europeisti succubi dei poteri finanziari globalisti….purtroppo all’orizzonte niente di nuovo e niente di buono!

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