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Roma, 18 feb – Negli scorsi giorni sono usciti due articoli sulla tragica storia di Sergio Ramelli che hanno fatto molto parlare. Si tratta di due pezzi molto diversi fra loro, con tesi diametralmente opposte, ma uniti nella capacità uguale e contraria di distorcere quella vicenda specifica e il contesto in cui essa si verificò, cioè gli scontri politici degli anni ’70. Il primo è stato scritto da Walter Veltroni sul Corriere della Sera, il secondo, in risposta a quello, da Christian Raimo su Jacobin Italia, preceduto e seguito da una serie di post sui social da parte dello scrittore romano. Anticipo subito che andrò controcorrente, ritenendo che l’articolo di Raimo, benché rancoroso e larvatamente giustificazionista, nonché gravemente strabico storiograficamente, conservi un aggancio con la realtà e con la verità superiore rispetto a quello di Veltroni, anche se quest’ultimo appare animato da una pietas che, in mancanza di controprove, dobbiamo ritenere sincera.

La melassa veltroniana

L’ex sindaco di Roma compie infatti un’operazione (se n’è accorto anche Francesco Borgonovo sulla Verità) che affoga la storia di Ramelli in una melassa memorialistica strappalacrime, in una notte pseudo-pasoliniana in cui tutti i ragazzi degli anni ’70 sono grigi, né neri, né rossi. Ramelli, dice Veltroni, era “in niente dissimile fisicamente dai suoi coetanei di sinistra”, pur avendo “idee di destra”. Non era “un fanatico” e aveva aderito al Fronte della gioventù, sì, ma “da poco”. “Non eravamo di destra, ma non eravamo di sinistra. E tanto bastava a etichettarci come fascisti”, dice un amico di infanzia di Sergio, citato da Veltroni. Insomma, un militante per caso, si direbbe. È la stessa impressione che si ricavava dal libro di Luca Telese sui Cuori neri: tanti bravi ragazzi finiti placidamente al macello con inconsapevolezza, tanti cuori diventati neri quasi per coincidenza.

Trattare certe storie in questo modo porta acqua al mulino di un’impossibile “memoria condivisa”, costruita artificiosamente sulle rovine della realtà e acconciata a misura di borghesia reazionaria, una memoria spoliticizzata, empaticizzata, un racconto per commuovere le vecchie zie e solleticare l’indignazione perbenista. La storia secondo Giletti, praticamente.

Fingere che la guerra non sia esistita

Ecco perché il pezzo di Raimo, che pure fa giustamente ribollire il sangue, ha maggiore contatto con la realtà, perché nel suo approccio dichiaratamente oppositivo preclude ogni conciliazione (la conciliazione non è una brutta cosa in sé, ma solo se contiene in sé, sublimandola, l’opposizione, non se la esorcizza: si fa pace con i combattenti avversari in quanto ex nemici e proprio perché si è stati nemici, in un processo che ha la guerra come sua condizione di possibilità, non facendo finta che la guerra non sia mai esistita). Raimo ci ricorda che Ramelli non è di tutti, non è suo, per esempio. E questo è un bene, per lui e per noi, così come è un bene per entrambi che la memoria di Valerio Verbano sia sua e non nostra, al netto del doveroso rispetto umano per un’altra morte terribile. Il suo invito a contestualizzare le storie degli anni ’70 e a non rimuovere cause, ragioni, complessità, conflitti, paure, passioni è poi sacrosanto.

La faziosità di Raimo e la violenza antifascista

Questo non vuol dire che Raimo riesca poi a operare questa contestualizzazione in un senso che sia minimamente onesto. Lo scrittore invita a non considerare la violenza di quella stagione politica in senso astratto, come una sorta di follia collettiva che aveva posseduto parte di quella gioventù. La violenza, dice, permeava lo spirito del tempo, sia come entusiasmo rivoluzionario in nome del quale ci si poteva “macchiare le mani di sangue”, sia come attitudine difensiva verso una perenne minaccia golpista e stragista. Ma questo racconto sommario assume un punto di vista di estrema faziosità, perché il sottotesto è che, se è vero che rossi e neri esercitavano entrambi la violenza, i primi lo facevano per instaurare un mondo migliore, i secondi per un’insopprimibile tensione verso la prevaricazione messa poi sotto contratto dalla Cia e dai servizi deviati.

Sfugge a Raimo non solo che anche a destra esisteva una tensione rivoluzionaria e quindi un esercizio della violenza che si autopercepiva come etico, ma soprattutto l’incardinamento dell’antifascismo in meccanismi e logiche puramente istituzionali, in apparati di potere. La violenza antifascista era spesso e volentieri una violenza del potere, aizzata dal potere, giustificata dal potere, coperta dal potere. Brutalità, sadismi e viltà furono probabilmente divisi in modo eguale fra entrambe le parti in lotta, ma il party nella villa a Fregene dei Lollo per festeggiare la scarcerazione del rampollo a cui partecipò Alberto Moravia non ebbe né poteva avere corrispettivo dall’altra parte. Né ebbe corrispettivi l’omertà ai limiti della collusione delle autorità scolastiche con i carnefici di Ramelli o l’applauso in consiglio comunale a Milano alla notizia del suo decesso. Non esisteva alcuna lobby nera nei grandi giornali pronta a giurare che i Nar fossero “sedicenti”, mentre sappiamo quanto ci volle per ammettere che le Brigate rosse fossero davvero rosse. Il gruppetto di figli di miliardari che andò a dar fuoco all’abitazione proletaria dei Mattei a Primavalle stava compiendo un abuso di potere, con la protervia e la ferocia di chi sa di avere alle sue spalle lo spirito del tempo e tutte le sue articolazioni istituzionali.

“Uccidere un fascista non è reato”

L’espressione “uccidere un fascista non è reato” compare nell’articolo di Raimo solo una volta, in una citazione di Elia Rosati, in un contesto in cui sembra quasi uno slogan inventato dall’Msi per lucrare sui morti e non la parola d’ordine che rimbalzava in cortei, partiti, sindacati, giornali, di bocca in bocca, di militante in militante, di intellettuale in intellettuale, di giornalista in giornalista, agglutinandosi in una vischiosa volontà di sterminio incistata nelle fondamenta stesse della repubblica “nata dalla resistenza”. Per Raimo, invece, pare di capire che lo slogan divenisse politicamente rilevante solo perché ripetuto, a fini di denuncia, dal partito di Almirante. Insomma, la truculenza degli slogan antifascisti diventa un’aggravante a carico dei fascisti. Così come la faccia pulita di Ramelli diventa un’aggravante a carico di chi ne tramanda il ricordo, mica dei suoi aguzzini, perché ne fa la “vittima perfetta” per una narrazione che contraddice i manicheismi antifascisti.

Perché contestare il Presente?

Del resto è proprio sul tema della memoria di parte che Raimo brucia il surplus di onestà intellettuale guadagnato, laddove parla del rito del Presente come di una “strumentalizzazione” che Ramelli deve subire “suo malgrado” (ovviamente ogni ricordo di un defunto avviene malgrado il defunto stesso e se la cosa disturba forse si poteva evitare di ammazzarlo…). E com’è, di grazia, che l’ambiente di provenienza di Ramelli dovrebbe ricordarlo, se non tramite i riti e i codici di quel medesimo ambiente? A qualcuno, da queste parti, è mai venuto in mente di contestare i modi in cui la sinistra ha declinato la memoria dei propri caduti? Ecco che la “memoria condivisa”, opportunamente cacciata dalla porta, rientra dalla finestra, perché il ricordo francamente e ostentatamente di parte viene perbenisticamente denunciato come “strumentale”. Ma, una volta tolti di mezzo i saluti romani, per disturbanti che possano essere agli occhi di Raimo, la spoliticizzazione veltroniana diventa davvero l’unico orizzonte possibile.

Adriano Scianca

3 Commenti

  1. Scusa Adriano Scianca, ma solo a vedere “accostati” a Sergio certi nomi vengono i brividi… Solo il silenzio è nobile… salvo atti eroici che non ci sono stati! Resta un esempio terribile per noi, su cui meditare e pregare in tutti i sensi, per gli altri… non si devono permettere… gli indegni!

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