cinquanta sfumature di grigioRoma, 16 feb – Se l’amore è l’infinito abbassato al livello dei barboncini, come scriveva Céline, Cinquanta sfumatore di grigio è le perversioni abbassate al livello delle condividitrici di gattini su Facebook.

È infatti arrivata anche in Italia, sulla scia delle multimilionarie vendite del libro (primo di una trilogia della scrittrice statunitense E. L. James, nom de plume di Erika Mitchell), la trasposizione cinematografica dello “scandaloso” libro, che ha proceduto rapidamente a infrangere record su record di prevendite e incassi.


Ma quanto c’è di realmente trasgressivo nelle vicende erotiche del brillante e oscuro manager Christian Grey e della virginea studentessa Anastasia Steele che diverrà sua segretaria e slave?

Alla prova dei fatti, nero su bianco della carta stampata negli Autogrill, o nel digitale sui maxischermi dei Cineplex, ben poco, a meno che non si voglia gridare allo scandalo per le esclamazioni di sorpresa alla vista del pene (ovviamente king size) di Mister Grey da parte di Anastasia, per il sesso in luoghi pubblici, come in questo caso l’ascensore, o di qualche sequenza di pratiche di bdsm tra le più banali, e per di più edulcorate da un approccio registico che richiama più la soap-opera che anche il più blando softcore, mentre la complessità del rapporto tra master e slave varia tra il macchiettistico e il francamente ridicolo, con la “dea interiore” di Anastasia che si risveglia di pari passo con il graduale disvelarsi di Grey, il quale, tuttavia, anche al suo apice di eros e thanatos, più che De Sade ricorda il Mister Big di sexandthecityana memoria.

Per non parlare della tristezza del sogno bagnato nerd, tanto più triste perché scritto da una donna, che vuole che la studentessa sia vergine.

Ma il grande successo di vendite in libreria o al cinema indica che scrittrice (o meglio il team di editor, perché forte ci appare l’impressione di trovarci davanti a un altro caso Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, caso letterario al femminile… scritto però, secondo molti addetti ai lavori, con una forte mano degli editor) e regista hanno centrato in pieno il bersaglio.

Bersaglio che è, come accennavamo all’inizio, quella parte maggioritaria della società attuale che relega ormai il sesso sempre più in uno spazio virtuale o quasi marginale, rispetto a una vita ridotta a routine tra lavori sempre più dissocianti e rapporti affettivi inariditi, situazione dell’uomo e della donna postcontemporanei magistralmente tratteggiati dai protagonisti di molti libri di Michel Houellebecq, che infatti si rifugiano al massimo nel sesso “prefabbricato” e consumistico dei locali per scambisti, spesso dalle dimensioni di supermercati del sesso: come pure è “mercato”, capitalisticamente parlando, anche la vasta pletora di sex toys e vestiario dedicato all’eros.

È la totale perdita della naturalità del sesso per il piacere del far sesso – cosa che è ormai solo appannaggio delle élite lgbt, dei fan del sesso interspecie, etc, di tutti insomma tranne che degli eterosessuali.

E, infatti, più che dagli scaffali delle librerie, crediamo che buona parte delle vendite siano da conteggiare proprio dalle pile di best seller depositate negli ipermercati, e posati da mani ipnotizzate dalla musica da ascensori e dalle offerte sottocosto nei carrelli della spesa tra yogurt bio e prodotti 3×2.

Niente a che vedere quindi con quei film che, per restare negli ultimi decenni, hanno realmente causato una rottura mettendo in faccia al grande pubblico tabù, ossessioni e oscuri desideri: dallo “scandalosamente pedofilo” Lolita di Stanley Kubrick (1962), al rapporto morboso tra vittima e carnefice, quello sì eccezionalmente ricostruito, del Portiere di notte (1974) della di solito mediocre Liliana Cavani, a L’ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972), agli epocali Histoire d’O di Just Jaeckin (1975) e Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini (1975), vere enciclopedie delle più basse perversioni, alla cruda indagine dei gay bar della dirty&hardcore New York di Cruising di William Freidkin (1980) a La moglie del soldato di Neil Jordan (1992), che sorprese il grande pubblico con la visione del nudo integrale di un travestito, alla escort bdsm per i nevrotici uomini d’affari del Giappone sull’orlo della recessione del cult Tokyo Decadence di Ryu Murakami (1992) al disperato e incestuoso protagonista di Seul contre tous di Gaspar Noé (1998), alla coppia segretaria impacciata/sadomasochistico manager dell’originale Secretary di Steven Shainberg (2002), ben più riuscita rispetto a quella di 50 sfumature, all’indagine nell’abisso della ninfomania, ispezionata con profondità psicologica più che graficamente di Ninphomaniac di Lars von Trier (2013). E ricordiamo anche la vasta pletora di film nazisploitation degli anni ’70, come La svastica nel ventre (1977) o Ilsa la belva delle SS (1975), seguitissimi all’epoca da un vasto popolino che si sarebbe detto maggiormente avezzo alla più o meno scollacciata commedia all’italiana.

In conclusione, rendendoci conto che derivare profonde grandi lezioni sociologiche da questo superficiale filmetto sarebbe decisamente inopportuno, notiamo soltanto che esso è il prodotto perfetto di quaranta anni di “liberazione sessuale” democratica: una società all’apparenza libertaria, ma che in realtà crea invece degli steccati sempre più invalicabili nei rapporti umani, siano essi affettivi o ludicamente sessuali.

Andrea Lombardi

 

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