draghiMilano, 7 apr – Il mondo di coloro che oggi si oppongono alla omologazione mondialista, pur restando tuttora minoritario, è indubbiamente vasto e variegato. Nello schieramento di coloro che per una ragione o per l’altra appartengono allo schieramento che si usa definire, con terminologia che ironicamente è… inglese, “no-global”, quanti però, oltre a parlarne, si interessano davvero di identità collettive?

Non parliamo dell’esotismo essenzialmente etnomasochista ed antieuropeo di tanta parte dell’antropologia culturale di orientamento strutturalista, o del richiamo forzato ad un folclore più o meno straccione e più o meno immaginario che accomuna le retoriche pseudopopolaresche (della serie “i canti delle mondine sfruttate”) a quelle “nazionalpopolari” (della serie “pizza, mandolino e Toto Cutugno”). E neanche dei richiami scolastici e reazionari a supposte Tradizioni di matrice metafisica, del resto invariabilmente  “universali” quanto filologicamente inattendibili nei loro pochissimi riferimenti specifici a fonti reali di questa o quella cultura – del tipo poi volgarizzato dal fantasy paratolkieniano e manicheo che invade l’editoria e la cinematografia contemporanea. E neppure infine del ricorso, pur da un certo punto di vista ben più interessante e significativo, al nostro “passato più lontano”, ad un’origine fondante che è pegno e promessa della possibilità di un destino collettivo, ed ispirazione necessaria ad ogni forma di creatività artistica, religiosa, politica, scientifica che voglia guardare oltre l’attualità e verso il futuro più lontano. Ma pur sempre ricorso solo “esemplare””, che per definizione si riferisce proprio alla riscoperta ispiratrice di una primordialità ancestrale al di là di tutto quanto da essa oggi ci separa.

Parliamo qui invece della conoscenza, dello studio, della difesa, della documentazione e diffusione di quelle che sono le tradizioni, le cifre culturali e le differenze reali, vissute e contemporanee, e che (ancora) distinguono e possono distinguere, nella loro evoluzione, le comunità popolari europee da ciò che le circonda, e l’una dall’altra. Operazione metapolitica che resta fondamentale e che va sostenuta in ogni modo possibile da parte di tutti coloro che nella loro scelta di campo “identitaria” non vogliano ritrovarsi a fare la guardia ad un bidone vuoto, o alla meno peggio ad un organismo ormai morto e che resta solo possibile conservare imbalsamato in un museo per chi mai volesse ancora rendergli un omaggio formale o appagare la propria curiosità.


E’ a questo esattamente che lavora Ada Cattaneo, sul filo di un impegno che trascende l’accademia e che si vuole esplicitamente militante, come appalesa ancora più chiaramente il suo ultimo libro, L’incantata Terra dei Draghi. Leggende e tradizioni lombarde (Giacomo Morandi Editore, Varese 2014), che fa seguito a Magie e misteri del quotidiano e Incanti dei Natali lombardi. Tre libri con cui l’autrice, giovane sociologa con un impressionante curriculum di studi e pubblicazioni supertecniche in materia soprattutto di sociologia dei consumi e comunicazione attiva presso la IULM e l’Università San Raffale, si distacca nettamente dal relativo mondo di statistiche, studi di mercato ed analisi delle dinamiche psicosociali per immergersi in un portato collettivo minacciato, ma la cui magia è ancora pronta a schiudersi a chi sia disposto ad ricercarlo seriamente, non per farne materia di una fredda disanima etnografica, ma per resuscitarlo e dispiegarlo di fronte agli occhi ed agli spiriti di coloro che ne costituiscono tuttora gli eredi ed i naturali destinatari.

terra dei draghi

Tanto a non esitare a spogliarsi letteralmente del tailleur firmato della ricercatrice universitaria e della consulente per tenere in ogni dove conferenze e presentazioni in materia, cui spesso assistono entusiasticamente persino dei bambini, dove le sue fattezze elfiche sono non raramente paludate con le vesti idealizzate delle fate o delle damigelle o delle maghe di cui narrano le storie che ha raccolto, per quanto è possibile ricostruirne realmente, e non attraverso pacchiane rivisitazioni hollywoodiane, la concezione originaria.

Come evidenzia il titolo, oggetto formale ma anche sostanziale dell’ultimo libro sono i draghi nel senso più ampio del termine, comprensivo di basilischi, biscioni, idre, doccioni, urobori e serpenti mitologici. Simbolo inequivocabilmente condannato dalla tradizione giudeocristiana e problematico anche in quella europea, da Jörmungand con cui è destinato a scontrarsi Thor durante il Ragnarǫk ai serpenti strangolati da Erakles. Ma al tempo stesso il monstrum che i Visconti innalzano con l’aquila sul proprio stemma araldico e sulla propria bandiera, e nel cui sangue si bagnerà Sigfrido per realizzare il proprio destino – quello stesso sangue che una persistente leggenda vuole scorra nelle vene dei lombardi.

Ma, nella lunga introduzione e poi in quarantacinque fitti capitoli che presentano ciascuno in un paio di pagine una leggenda, una storia o una usanza tradizionale, talora legata ad un fatto storico o mitico, più spesso a un luogo, per poi analizzarne origine e significato anche attraverso ampi riferimenti comparativi, la materia toccata da libro è ben più ampia. La tesi generale, secondo cui i draghi non solo esistono nella maggiorparte dei sensi filosoficamente plausibili del termine, ma permeano interamente il dato culturale vivente pazientemente raccolto e disaminato, si trasforma in una chiave interpretativa che permette di decifrare e valorizzare un’intera identità regionale, in particolare lombarda e insubre, come particolare e significativa declinazione di un più ampio bagaglio di riferimenti ed archetipi che abitano tuttora l’inconscio collettivo europeo, e che ha continuato a svilupparsi e ad evolvere per la sua intera storia anche al di fuori della cultura scritta, con cui resta nondimeno in stretto contatto.

Al lascito delle narrative immemoriali pazientemente raccolte e catalogate dall’autrice – tanto “sul campo” quanto in biblioteca, del resto – fa in questo senso da contrappunto più strettamente sociologico la pubblicazione inframmezzata della raccolta che attraverso la sua pagina Facebook è stata fatta di frasi e risposte alla provocazione “Se fossi un drago…” rivolta a tutti gli sconosciuti contatti che fossero disposti a partecipare.

“Analizzando i loro contributi”, nota l’introduzione, “emerge una significativa mappa dei valori correlati, dall’odierno immaginario collettivo, ai nostri mostri. E’ interessante notare che sono dipinti in modo quasi univocamente positivo, nella loro veste più antica, arcaica ed archetipica. Hanno il ruolo di difensori ed araldi degli stessi profondi principi ed insegnamenti di vita dei quali si nutrono e nei quali affondano le nostre radici personali e collettive. E’ nel prezioso oro zecchino della sapienza e della saggezza, della morale e dell’estetica dei nostri avi che si incastonano queste inestimabili gemme che, spontaneamente, rimandano alla forza, a l’amore, la giustizia, la solidarietà, la bontà, la libertà, il coraggio, la difesa e la protezione dei deboli, la responsabilità, il radicamento, il reincantamento, il recupero del passato come imprescindibile al presente e al futuro… Valori antichi eppure di straordinaria attualità culturale perché sono la condizione necessaria per dare un significato, un senso, una direzione alla nostra esistenza all’interno di un mondo che, in nome di una ingannevole globalizzazione, rischia di perdere proprio il suo tesoro più inestimabile: l’identità locale, la distintività, la memoria del passato, l’insegnamento di chi ci ha preceduto, il solo a darci un vero nutrimento, a sorreggerci, ad offrirci una chiave di lettura di un presente liquido e di un futuro oltremodo fumoso”.

Lo sguardo del drago e del basilisco continuano così anche dalle pagine di Ada Cattaneo a sfidarci, di fronte alla minaccia di un’entropica fine della storia cui del tutto apertamente sacrificano coloro che vorrebbero vedere la diversità umana pietrificata in folclore e prodotto di consumo svuotati da qualsiasi valenza in termini di appartenenza ed autodeterminazione collettiva, a divenire ciò che siamo.

Stefano Vaj

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