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Roma, 25 apr – «La Resistenza italiana, nel panorama dei movimenti europei di opposizione al nazifascismo, venne ad avere una caratteristica di prevalente sollevazione popolare, di guerra “civile” perché coinvolse direttamente i cittadini», scriveva Donatella Alfonso in un articolo pubblicato da repubblica.it nel febbraio 2017 (“Quei venti mesi che cambiarono l’Italia: la Resistenza e la spinta verso la libertà”): un testo di tre anni orsono, dunque, ma che non ci si stupirebbe di vedere riproposto senza varianti anche oggi, dato che il cliché del partigianesimo come “riscatto di un intero popolo”, promosso e divulgato dagli oratori dell’Anpi, anche e soprattutto nelle scuole, continua a dominare la scena di quello che, con Jürgen Habermas, potremmo definire “uso pubblico” (nel senso di politico) della memoria resistenzialista.

La “zona grigia”

Già Emanuele Mastrangelo, nel numero di aprile 2020 del «Primato Nazionale», si è dedicato a smontare a uno a uno gli stereotipi della vulgata resistenzialista, tra cui spicca quello del “popolo alla macchia”, compattamente dalla parte dei “ribelli”, già da tempo messo in discussione dalle ricostruzioni di De Felice sulla neutrale “zona grigia” che, durante la guerra civile, si interpose tra le due fazioni in conflitto[1].

Dell’esegesi della Resistenza come guerra combattuta con il consenso fattivo della popolazione, ripresentata dalla Alfonso («[…] solo con l’appoggio della popolazione civile, i resistenti potevano muoversi, nascondersi e trovare supporto nelle regioni occupate dai nazifascisti»), aveva infatti da tempo fatto giustizia lo storico reatino nel capitolo conclusivo della sua monumentale biografia del Duce. Nel denso capitolo di “Mussolini l’alleato”, dall’eloquente titolo “Il dramma del popolo italiano tra fascisti e partigiani”, De Felice scrisse che il fascismo  repubblicano e il movimento partigiano si trovarono ad agire in un ambiente sociale «che in larga misura era caratterizzato nei loro confronti da uno stato d’animo in cui ciò che prevaleva era l’estraneità, il timore, talvolta l’ostilità e che faceva poca differenza tra di loro»; essi inoltre si fronteggiarono in una lotta che «larghi settori della popolazione […] avrebbero continuato a lungo a non sentire come propria», in un atteggiamento che, per la maggior parte degli italiani (in particolare delle regioni del Centro-Nord che furono teatro della guerra civile e del conflitto, che a essa si giustappose, tra tedeschi e alleati), rimase «di sostanziale estraneità e di rifiuto rispetto sia alla RSI che alla resistenza»[2].

Non è neppure il caso, però, di sorvolare sull’uso disinvolto che si fa, nell’articolo citato e nella vulgata resistenzialista in generale, dell’espressione “guerra civile”, surrettiziamente intesa come sinonimo di guerra popolare, laddove invece la sua definizione corretta sarebbe quella, che si legge in Treccani, di «guerra combattuta tra i cittadini di uno stesso Stato diviso in fazioni». Che quella tra fascisti e partigiani sia stata una guerra civile in questo secondo senso (e non nel primo) è poi da tempo riconosciuto anche dalla storiografia meno sospettabile di simpatie revisionistiche, come dimostra la ormai nota tripartizione della Resistenza, in funzione del nemico di volta in volta combattuto, come “guerra di classe” (contro il “padrone”), “guerra patriottica” (contro il “tedesco”) e infine “guerra civile” (contro il “fascista” in quanto italiano, ovvero concittadino dei resistenti)[3].

Partigiani e patrioti: una distinzione poco nota

Il fatto più interessante, però, è che l’interpretazione della Resistenza come “riscatto di popolo” va a infrangersi sullo scoglio dei dati numerici riferiti al fenomeno resistenziale, reperibili non tanto (e non solo) nei documenti del fascismo repubblicano, ma nelle fonti e nelle dichiarazioni riconducibili agli stessi protagonisti del movimento partigiano.

Quanti furono infatti, a prescindere dal contributo effettivo che diedero sul piano strettamente militare all’avanzata angloamericana, i membri attivi della Resistenza? In che rapporto percentuale va definita la consistenza delle squadre partigiane rispetto all’ammontare della popolazione italiana di allora? E ancora: il numero dei partigiani fu sempre costante o variò in modo significativo nelle diverse fasi del conflitto?

Innanzitutto occorre precisare che sulla consistenza del movimento partigiano le fonti non sono affatto concordi, anche perché le liste dei “combattenti per la libertà” includono due diverse categorie di resistenti: i partigiani veri e propri e i cosiddetti “patrioti”. Si tratta di una distinzione poco nota, ma di non poco conto, visto che tra i partigiani era incluso unicamente «chi avesse appartenuto a formazioni partigiane per almeno tre mesi […] partecipando ad almeno tre azioni di sabotaggio o combattimento», mentre era classificato tra i patrioti, in modo alquanto generico, chiunque «avesse prestato “costante e notevole” aiuto al movimento partigiano». (De Felice, op. cit.). Anche la veridicità delle cifre sui partigiani combattenti, poi, va sottoposta a un minimo di analisi critica se è vero, come riporta Romolo Gobbi, che nel computo finale vennero inclusi i membri delle SAP (le Squadre di Azione Patriottica non armate, che si limitarono perlopiù ad azioni di propaganda nelle fabbriche) i quali, alla vigilia dell’insurrezione della primavera del 1945, furono inquadrati nei GAP (i Gruppi di Azione Patriottica, nuclei di partigiani armati responsabili, tra l’altro, dell’uccisione del filosofo Giovanni Gentile)[4].

Quanti furono i partigiani?

Fatta questa opportuna precisazione, veniamo ora alle cifre fornite dalle stesse fonti resistenziali e riportate da De Felice (op. cit.), con la precisazione che, «contrariamente agli schemi epici del “partigiano continuo” dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945», la militanza di molti resistenti fu alquanto intermittente (Gobbi, op. cit.). Si può iniziare dai dati forniti dal comunista Luigi Longo (comandante generale delle Brigate Garibaldi e vicecomandante del Corpo dei Volontari della Libertà) il quale riporta (per il periodo 1943-45 e per l’intero territorio italiano) un numero di resistenti pari a 352mila, di cui però solo 235.000 (il 66% del totale) partigiani in senso stretto, essendo il restante terzo composto da “patrioti civili”: una categoria, come si è detto, alquanto generica, nella misura in cui, per rientrarvi, bastava aver compiuto azioni di fiancheggiamento alle bande partigiane (o avervi militato, anche senza avere preso parte ad azioni armate, per meno di tre mesi). Una cifra molto più ridotta di combattenti (intorno alle 50mila unità) è invece dichiarata da Amerigo Clocchiatti («uno tra i più attivi organizzatori del movimento partigiano nel Veneto», secondo le note biografiche dedicategli dalla pagina dell’Anpi), nel suo libro del 1991 “Dall’antifascismo al de profundis per il PCI”. Più prossime alle cifre di Longo sono quelle riportate, sempre nel 1991, da Virgilio Ilari nella sua “Storia del servizio militare in Italia”. Egli riscontra un totale, per il biennio della guerra civile, di 371.633 resistenti, di cui circa 235.435 combattenti veri e propri (il 64% scarso) e 136.198 “patrioti” (in questo caso, però, una percentuale consistente di costoro avrebbe operato solo nelle regioni centro-meridionali del Paese, concludendo presumibilmente l’esperienza partigiana ben prima del “fatidico” aprile del 1945), mentre per la “vigilia dell’insurrezione” fornisce una cifra di 130mila combattenti (oltre agli immancabili patrioti, in numero di 72mila). Si tratta peraltro di numeri da prendere con le pinze poiché, come precisa De Felice (op. cit.), «questi dati sono assai probabilmente – specialmente per i patrioti – da considerare approssimati per eccesso».

Di particolare interesse è, infine, un’altra autorevole testimonianza riportata da De Felice, quella dell’azionista Ferruccio Parri (capo del comitato militare del Comitato di Liberazione Nazionale), che consente di analizzare la consistenza numerica della Resistenza in relazione alle diverse fasi temporali della guerra civile e conferma storicamente, con ciò, la figura letteraria del “partigiano a rate” dei romanzi resistenzialisti citata da Gobbi). Parri riferisce dunque di 9mila uomini arruolati nell’inverno 1943-44 per la sola Italia settentrionale (ma Gobbi riduce la cifra, più o meno per lo stesso periodo, a circa 4mila, includendo anche le regioni centrali); essi diventarono poi 80mila e salirono fino a 200mila tra la primavera e l’estate del 1944, per calare drasticamente nel successivo autunno-inverno e risalire di nuovo a 200mila nel marzo-aprile 1945, raddoppiandosi infine nei giorni successivi al 25 aprile.

Un fenomeno minoritario e localizzato

Se dunque, pur mettendo da parte il caso dei numerosi resistenti “a scoppio ritardato”, «un computo realistico dei “partigiani” è estremamente difficile», anche per l’imprecisione e la contraddittorietà dei dati disponibili (De Felice, op.cit.), può essere interessante, in conclusione, tentare un calcolo approssimativo dell’incidenza del fenomeno partigiano sul totale della popolazione italiana dell’epoca. Ipotizzando, in base ai computi disponibili, una popolazione di circa 43 milioni di abitanti nel biennio 1943-45 per l’intera penisola (e dando per accettabili, nonostante tutte le perplessità del caso, le cifre di Longo e Ilari), presumendo dunque che i resistenti siano stati circa 360mila tra combattenti e fiancheggiatori, ne risulta che la Resistenza coinvolse attivamente meno dell’1% degli italiani (una percentuale che scende di quasi la metà se si prendono in considerazione solo coloro che presero effettivamente parte ad azioni armate). Si tratta di percentuali che non si accrescerebbero di molto neppure se si volesse ricomprendere nel calcolo le sole aree del Paese in cui la Resistenza fu operativa per buona parte della guerra civile (le regioni centro-settentrionali) e la sola fascia di età giovane-adulta (in grado cioè di dare un contributo fattivo alla lotta armata), per quanto, facendo ciò, si andrebbe palesemente a contraddire il carattere di epopea “nazionale e popolare” che la vulgata resistenzialista persiste ad attribuire alla guerriglia partigiana.

Corrado Soldato

[1] E. Mastrangelo. “La Resistenza oltre la retorica”, «Il Primato Nazionale» n. 31, aprile 2020

[2] R. De Felice. “Mussolini l’alleato. La guerra civile 1943-45”. Einaudi, Torino, 1997

[3] N. Bobbio, C. Pavone. “Sulla guerra civile. La Resistenza a due voci”. Bollati Boringhieri, Torino, 2015

[4] R. Gobbi. “Il mito della Resistenza”. Rizzoli, Milano, 1992

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2 Commenti

  1. Cosa si intende per fiancheggiatori? Che senso ha prendere i numeri della resistenza e confrontarli con la popolazione italiana tutta visto che metà era stata già liberata nel ’43? Perché non si prendono le percentuali dei paesi di confine come nel litorale adriatico dove la resistenza per ovvi motivi era maggiore? Perché non si parla dell’ordinanza del Terzo Reich in questi territori che deportò gran parte della popolazione maschile tra i 16 e i 60 anni vista la capillarità della resistenza nel Carso?
    Percentualmente quanti furono quelli che volontariamente andarono a combattere per l’RSI?
    (Anche se fu l’1 per cento contro il 99 per fortuna che ci fu perché ci ricorda che almeno qualcuno combatteva il nazifascismo e ci ha permesso di costruire un’Italia fondata su questi valori)
    Chiedo per un amico.

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