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Flavio InsinnaRoma, 25 mag -Abbiamo tanti problemi più gravi di Flavio Insinna. Giustissimo. Eppure c’è qualcosa, in questa polemica di Striscia la Notizia, che riflette un pezzo dello spirito del tempo. Del fattaccio abbiamo parlato ieri: il celebre conduttore di Affari Tuoi, volto simpatico e “buono” della televisione italiana, è stato beccato in un fuori onda mentre insultava collaboratori e, soprattutto, concorrenti. Di una, in particolare, diceva che era una “nana de merda” e che, per le sue strategie con poco appeal televisivo, andava “colpita al basso ventre”. Frasi pesanti. Frasi che molti di noi, in uno sfogo lavorativo o familiare, possono forse pronunciare. Frasi comunque carpite con l’inganno e passate al principale concorrente televisivo. Tutti colpevoli, nessuno colpevole, quindi? Non è e non può essere così.

Perché Flavio Insinna è più di un conduttore televisivo, che nella vita può essere simpatico o antipatico ma che ha l’unico compito di essere un bravo professionista e nulla più. Flavio Insinna ci vuole insegnare a vivere. Flavio Insinna è andato da Bianca Berlinguer e, in un contesto complice, ha tessuto la sua ode alla bontà, all’accoglienza e alla gentilezza. Non è affatto vero che oggi, in un clima di ostilità crescente contro gli immigrati, l’unica retorica facile che strappa applausi e parla alla pancia è quella “xenofoba”. Malgrado tutte le lamentele in questo senso, malgrado l’insofferenza popolare verso la cosiddetta accoglienza, fare l’elogio dei buoni sentimenti è ancora la strada più breve per avere successo. Insinna questa strada l’ha percorsa con calcolato cinismo, sapendo che se è praticamente impossibile per una Boldrini o per una Kyenge ormai ricevere consenso nei loro deliri, la strategia del pacioccone simpaticone che elogia la bontà funziona ancora. È, forse, l’unico linguaggio di sinistra oggi popolare.

Non a caso il suo sermone era stato rilanciato da Sinistra italiana e aveva ricevuto il plauso di Michele Emiliano. E invece il vero Insinna è quello lì, quello che umilia collaboratori, concorrenti, maestranze. Che elogia Landini in pubblico e poi si lamenta del sindacato in privato. E, in questo, c’è una potente rappresentazione antropologica della sinistra: quella che raccoglie i fondi per la carestia nel Darfur ma poi mortifica la domestica. Sembrano stereotipi, ma sono davvero così. Sono tutti così. I paladini della morale sono incapaci di etica, i loro buoni sentimenti sono il contrario di ogni buona coscienza. Predicano la bontà, ma pensano solo agli affari loro.

Adriano Scianca