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Roma, 25 lug – Quanto ci costa la partecipazione all’Unione Europea? In media oltre 5 miliardi l’anno, euro più euro meno: la differenza fra quanto versiamo a Bruxelles e quanto riceviamo dalle istituzioni comunitarie. Sono queste le cifre che consentono di parlare dell’Italia come di un “contribuente netto”.

Italia contribuente netto

I dati aggiornati sono stati scovati dall’account twitter Canale Sovranista, che è andato a spulciare la versione appena pubblicata dell’Annuario statistico curato dalla Ragioneria Generale dello Stato. E’ qui, al capitolo 4.2 – “I flussi finanziari tra l’Italia e l’Unione Europea” – che si trova la nostra posizione nei confronti del consesso continentale.

Una posizione, per l’appunto, da contribuente netto: “Nel corso dell’ultimo esercizio, il 2019, l’Italia a fronte di versamenti al bilancio generale dell’Unione Europea per un importo complessivo pari a 17.268 milioni, ha ricevuto contributi per un totale di 10.480 milioni. Nel corso del 2018, l’Italia ha, quindi, registrato – scrive la Ragioneria – un saldo netto negativo di circa 6.788 milioni. Tale posizione negativa è in linea con il trend avviato a partire dal 2008, peggiorativo rispetto al periodo precedente (anni 2000-2007) in cui invece la posizione netta dell’Italia si assestava, in media, intorno ai 3.200 milioni”. Il motivo è da ascriversi alle dinamiche di allargamento dell’Ue, “che ha determinato un innalzamento della contribuzione del nostro paese al bilancio comunitario, a cui si è aggiunta la riduzione delle risorse trasferite al nostro paese, a fronte degli interventi comunitari attivati”. Considerando la dinamica degli ultimi due decenni, dal 2000 ad oggi fanno oltre 100 miliardi letteralmente donati alle casse dell’Unione.

Se relativamente al bilancio Ue la nostra posizione di contribuente netto è andata via via deteriorandosi, non meglio andrà nel corso dei prossimi anni. La ragione è nei generosi sconti concessi ai cosiddetti “frugali” come contropartita per l’approvazione del Recovery Fund. Sconti in termini di contribuzione al bilancio che si ripartiranno sulle altre nazioni, con l’Italia chiamata a pagare all’incirca 1,5 miliardi l’anno in più. Senza poi considerare l’ammanco che si registrerà nel prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2021-2027 a seguito dell’uscita della Gan Bretagna, anch’essa per la cronaca contribuente netto.

E il Recovery Fund?

In tutto questo, ad uscirne con le ossa rotte è – per l’ennesima volta – il Recovery Fund. Perché è vero che, escludendo i prestiti (che per definizione vanno restituiti), la dotazione riservata all’Italia di risorse a fondo perduto è generosa: si parla di circa 80 miliardi. E’ tuttavia altrettanto vero che questi verranno raccolti dalla Commissione emettendo titoli sul mercato, i quali andranno prima o dopo rimborsati e questo toccherà a noi, che dovremo inoltre fare i conti con tutta una serie di vincoli e stringenti condizioni.

Ora, i primi calcoli evidenziato un evidente squilibrio in favore (per una volta!) dell’Italia. Degli 80 elargiti a fondo perduto saremo infatti – in qualità di membri dell’Ue – chiamati in teoria a garantirne, rimborsandoli indirettamente, 50, con un differenziale positivo di 30 miliardi a valere sull’orizzonte di erogazione dei fondi, quindi dal 2021 al 2026. Cinque miliardi l’anno di bonus, verrebbe da dire. Peccato che sia un conteggio monco: se la nostra partecipazione all’Ue dev’essere esaminata, tale valutazione va condotta globalmente: rispetto ai 7 (che saliranno per gli sconti di cui si è detto) miliardi, i 5 annuali di “risparmio” dovuti al Recovery Fund faranno calare il conto complessivo, il quale però non è destinato ad azzerarsi: anche prendendo la miglior previsione, resteremo contribuente netto per almeno 2 miliardi di euro.

Filippo Burla

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