Saipem_7000_Offshore_servicesRoma, 10 gen – Con una quota del 2,034% la People’s Bank of China è ufficialmente entrata nell’azienda controllata da Eni, a dare l’annuncio è stata la Consob lo scorso 30 gennaio. La banca cinese continua quindi ad ampliare il suo portafoglio di investimenti italiani, concentrati soprattutto su titoli di stato e grandi aziende quotate.

Il management della banca centrale della Republica Popolare arriva così dove altri illustri capitalisti dagli occhi a mandorla si erano fermati. È infatti di pochi giorni fa la notizia che già tre anni orsono China Investment Corporation, fondo sovrano da oltre 600 miliardi, aveva provato a mettere le mani su una quota ben più ampia di Saipem, almeno il 10%, con l’obiettivo di assicurarsi un posto in cda. L’intesa, preparata dai vertici della controllata e con il benestare dell’allora direttore del fondo Lou Jiwei, oggi ministro delle finanze, fu poi bloccata dall’Eni.


Sfumò così un’operazione da oltre un miliardo, quando il titolo viaggiava ancora sui 30 euro. Poi sono arrivati gli attacchi speculativi, con tonfi del 30% in poche ore, e i continui annunci di privatizzazione dell’intero gruppo, anche questi forieri di ripercussioni poco desiderabili in borsa come ha di recente lasciato intendere in un intervista l’attuale ad di Enel Starace. Ancora le tensioni geopolitiche, i pesanti ribassi di prezzo del greggio e l’inversione di tendenza sul South Stream, che ha significato il 10% di ordini in meno in un sol colpo. Per provare a risollevare le sorti della società e magari spuntare un prezzo di vendita superiore, l’Eni aveva chiamato in causa una platea di banche specializzate fra cui l’americana Goldman Sachs. Fra le altre, la banca d’affari americana aveva proposto la scissione: offshore e drilling da una parte, onshore dall’altra. La cessione delle attività meno remunerative sarebbe stata il passo successivo.

Nuovi governi, nuovi vertici e contesto economico e geopolitico avverso, senza che quest’ultima sia una variabile meno indotta della prima: dai 40 euro a metà 2012, ieri siamo arrivati sotto la soglia psicologica degli 8. Un bell’affare vista la fila di compratori che ciclicamente si affaccia a San Donato. Solo un mese fa l’Eni era stata quindi costretta a raffreddare il mercato sulla cessione, ritenuta imminente dopo la riorganizzazione di luglio, che ha reso Saipem poco funzionale agli obiettivi del gruppo: “Recentemente le condizioni di mercato sono divenute instabili e pertanto, pur confermando tale strategia, la valutazione delle opzioni (di vendita ndr) è sospesa”.

Presto o tardi l’Italia dovrà quindi rinunciare a quella che da più parti viene definita come la migliore società al mondo per i servizi petroliferi offshore. Saipem non rientra più nella strategia di gruppo presentata a Londra lo scorso luglio dall’ad Descalzi. E non rientra neanche nella direzione intrapresa dal nostro paese, quantomeno dai primi anni novanta, quando i governi tecnici diedero il via alla deindustrializzazione con la svendita delle partecipazioni statali e alla finanziarizzazione dell’economia con la riforma del testo unico bancario. Peccato che, eccezioni a parte, i paesi che oggi hanno le spalle grosse, e vengono a fare shopping in Italia, tutto hanno fatto tranne che deindustrializzarsi. Ed è proprio così che dopo Telecom, Enel, Eni, Fca e Prysmian la Cina bussa alla porta di Saipem.

Armando Haller

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