Roma, 21 nov – E’ scaduto oggi il termine entro il quale Ferrovie dello Stato, capofila della cordata per il salvataggio di Alitalia, era chiamata a presentare la propria offerta. Termine che doveva essere perentorio, salvo poi scontrarsi con un altro scontatissimo rinvio che rischia ora di diventare la tragicomica costante della vicenda.

Nessuno vuole Alitalia

Tanti interessi, poca concretezza. Potrebbe sintetizzarsi così il balletto attorno ad Alitalia. Gli interessi, peraltro, hanno ben poco a che fare con quelli della compagnia. A partire da Atlantia, dichiaratasi pronta a fare la propria parte ma solo per giocare un tavolo parallelo a quello delle concessioni autostradali. Passando per Delta, impegnata più a voler tutelare il redditizio mercato delle (sue) rotte nordatlantiche. Arrivando infine a Lufthansa, da sempre alla finestra con il probabile auspicio di veder passare il cadavere di un concorrente.

Il risultato, infine, è che tutti vogliono Alitalia ma nessuno se la prende. La scusa è sempre quella del perimetro industriale: a poco sarebbe servito il certosino lavoro dei commissari, che bene hanno fatto ma non abbastanza per riportare quantomeno in piedi la fragile struttura lasciata dopo il passaggio degli unni di Etihad. Altro esempio di come non serva a nulla attirare investimenti esteri se poi questi mostrano la loro natura predatoria.

Nazionalizzazione e un serio piano industriale

La vera domanda da porsi, a questo punto, rimane una soltanto: cosa vogliamo fare di Alitalia? Teniamo presente che non parliamo di una realtà “qualsiasi”, ma di un operatore strategico in un campo ancor più strategico quale quello dell’aviazione civile. E’ appena il caso di notare gli effetti a cascata della possibilità di disporre di un proprio vettore nazionale in termini di flussi, indotto, possibilità di competere alla pari con i nostri concorrenti.

Per poter dare corpo alle potenzialità oggi inespresse è, tuttavia, necessario un serio ripensamento di quanto fatto negli ultimi vent’anni. Parliamo di un “conto” a carico della collettività che, secondo le più disparate analisi fin qui condotte, può collocarsi fra i 5 e i 10 miliardi, di cui almeno 1,5 solo negli ultimi tre anni. Cifre spropositate e utili solo a garantire un bottino pieno a chiunque abbia messo le mani sulla compagnia. Non serve rispolverare il manuale di politica economica: se il mercato immancabilmente fallisce, è il pubblico a dover intervenire.

Anche e soprattutto per affrontare ciò di cui mai, dal 2007 ad oggi, si è seriamente parlato: un piano industriale. E se lo si è fatto ha sempre, immancabilmente, mancato il bersaglio. Ciò di cui Alitalia ha bisogno è di tornare a correre su quelle tratte – le intercontinentali – su cui ancora esistono importanti margini di redditività, abbandonando l’assurda competizione al ribasso sulle rotte monopolizzate dalle low cost. Per farlo servono investimenti coraggiosi, di ampio respiro. Non certo il gettone da 100 milioni (con i quali non compri nemmeno metà di un aereo a lungo raggio) promesso da Delta, né i 400 milioni che il governo si prepara a stanziare per l’ennesimo quanto inutile prestito ponte.

Filippo Burla

2 Commenti

  1. a differenza di ilva che è una azienda strategica,ha un forte impatto sull’occupazione di taranto,macina utili ed è indispensabile per l’indotto industriale italiano,
    alitalia sono interi decenni che è una voce in forte passivo:
    se consideriamo che non ha un vero e proprio indotto sul territorio
    (i suoi compiti possono essere svolti da qualsiasi altra compagnia aerea)
    e che i suoi dipendenti sono per la natura stessa delle loro competenze internazionalisti….
    quindi non avrebbero grosse difficoltà a lavorare in qualsiasi altra compagnia aerea,
    può benissimo essere venduta o fallire,
    a differenza di ilva che DEVE essere nazionalizzata piuttosto che chiusa o venduta all’estero.

  2. Perfetto….con la nazionalizzazione di Alitali avremo un altro carrozzone divora denaro del contribuente, già terribilmente tartassato. Perché non prendere in considerazione la soluzione imposta dal mercato: chiusura della compagnia e “scivolo” dei dipendenti verso un altra compagnia?

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