Alitalia codeRoma, 19 giu – Li avevano chiamati “Capitani coraggiosi”. Il trionfo del mercato che sopperisce alla carenza del pubblico e riesce allo stesso tempo a garantire che il pacchetto di maggioranza di Alitalia, pur con la presenza ingombrante di Air France – Klm, restasse in mani italiane. Correva l’anno 2008 e la crisi aziendale così gestita venne presentata come un successo del governo Berlusconi.

Cinque e più anni dopo siamo, di nuovo, punto e a capo. In una situazione se possibile ancora peggiore. L’ultimo consiglio di amministrazione della compagnia ha approvato il bilancio 2013, che verrà sottoposto all’assemblea dei soci nel mese di luglio. Nessuna comunicazione sulle cifre. Alitalia non è quotata e non è quindi tenuta a darne conto prima dell’approvazione in sede assembleare, ma il silenzio è più che sospetto. Voci non confermate parlano di una perdita nell’ordine del mezzo miliardo di euro. Una voragine. A titolo di confronto: il rosso di bilancio equivarrebbe a quanto Etihad si appresta ad investire nell’ennesimo tentativo di rilancio che investe l’ormai fu compagnia di bandiera.

Al di là dei dati 2013 ancora avvolti nell’ombra, si può però tracciare un quadro della gestione non più statale. E i risultati sono impietosi: dal 2008 ad oggi, Alitalia ha perso in media 25.3 milioni al mese. La gestione pubblica, pur nel comune dissesto, fissava l’asticella più in basso a “soli” 21 milioni sempre su base mensile. Alla fine, lo Stato è dovuto intervenire di nuovo per evitare che, nell’autunno dello scorso anno, i fornitori tagliassero il carburante lasciando a terra aerei e passeggeri. Attraverso Poste Italiane il governo fece così di nuovo l’ingresso nella società, partecipando all’aumento di capitale con un generoso assegno da 75 milioni.

Almeno da un punto di vista accademico, la privatizzazione non sollevava particolari problemi. Recita la teoria che l’inefficienza dello Stato può essere agevolmente superata attraverso l’iniezione di dosi sempre più sostanziose di mercato. Un azionariato diffuso, l’esclusione delle sacche di presunti o presumibili privilegi accordati a livello politico, unitamente al regime di monopolio sulla redditizia tratta Linate – Fiumicino (che solo di recente ha visto l’ingresso di un altro operatore, EasyJet) sembravano essere ingredienti sufficienti ad una svolta. Ciò che vale nei manuali, tuttavia, non sempre trova riscontri nella pratica. Il mercato non è infatti uno strumento che si regola automaticamente, come fosse un ingranaggio. Essendo composto da uomini ed orientato dalle decisioni degli stessi, porta con sé anche elementi di irrazionalità. Le scelte condotte dalla gestione privata di Alitalia lo dimostrano: l’aver ostinatamente puntato sulle rotte europee ormai preda dei vettori a basso prezzo, trascurando allo stesso tempo le intercontinentali sulle quali ancora esistono dei margini, è stato un suicidio annunciato. Il piano industriale redatto contestualmente all’aumento di capitale era infarcito di buone intenzioni per invertire la tendenza, ma difettava già in origine dei capitali necessari agli investimenti richiesti. Se non altro, banalmente, l’acquisto degli aeromobili a lungo raggio.

Nell’incapacità di trovare una soluzione si arriva così alle mire della compagnia di stanza ad Abu Dhabi, pronta ad entrare e in una posizione di assoluto rilievo nonostante le poco credibili rassicurazioni per le quali l’attestarsi al di sotto della maggioranza assoluta delle quote garantirebbe la non ingerenza nella gestione. Lungo il viale d’ingresso in Alitalia non si contano ormai più tutti i soggetti che -dal governo a confindustria- sembrano fare a gara nello stendere il tappeto rosso ai capitali stranieri presunti benefattori. Come se un investimento da almeno 500 milioni possa essere una pia opera di beneficenza. Maschere dietro a cui si nascondono una totale assenza di progettualità, manifestazione dell’inadeguatezza di un patriottismo economico che non regge senza la presenza pubblica.

Filippo Burla

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