bandiera italianaRoma, 23 ago – Il problema principale di cui soffre l’Italia è quello di una sconcertante assenza di sovranità, che al lato pratico si esprime nell’adesione ad organismi sovranazionali quali l’Ue e la Nato, che ne minano alla radice ogni autonomia decisionale. Proprio per questo la priorità per chiunque si ponga in una posizione critica rispetto all’attuale stato delle cose è quella di riconquistare integralmente quella sovranità nazionale.

Senza alcuna pretesa di esaustività esponiamo in sintesi quelle che sono le priorità per lo sviluppo economico, demografico e spirituale della nazione, che dal nostro modo di vedere è la priorità assoluta nonché l’unico obiettivo che sia degno di essere perseguito dalla politica, specialmente in un’epoca in cui vanno tanto di moda i “diritti civili” e le discussioni intorno al sesso degli angeli (stupisce in questo che la “teoria di genere” non sia ancora stata applicata da un qualche teologo progressista all’angeologia).

La necessità di una piena sovranità monetaria

L’Italia ha la necessità oramai inderogabile di abbandonare l’eurozona e liberarsi dei vincoli europei, recuperando una propria moneta sovrana gestita da una banca centrale subordinata al Governo. Il motivo non è tanto la fola delle “svalutazioni competitive”, quanto la possibilità di monetizzare direttamente e senza interessi la spesa in disavanzo dello Stato, la quale va lasciata crescere per tagliare da un lato la pressione fiscale di almeno 100 miliardi (eliminare l’Irap ed abbattere Iva e accise consentendo oltretutto in questo modo di contrastare efficacemente ogni eventuale picco inflattivo post-svalutazione) e dall’altro per porre in essere un ambizioso piano infrastrutturale di sviluppo. Pensiamo alla conversione del nostro vetusto sistema ferroviario all’alta velocità ed alla levitazione magnetica, alla banda larga nazionale, all’indipendenza energetica che deve passare necessariamente attraverso la produzione elettronucleare su larga scala, all’ammodernamento delle strutture idrogeologiche ed al sostegno alla ricerca pubblica. Questo vasto programma di sviluppo può essere attuato esclusivamente da uno Stato a moneta sovrana, che quindi non deve dipendere dalle banche d’affari angloamericane, tedesche o francesi.

La necessità di un nuovo interventismo pubblico

Agli inizi degli anni ’80 venne permesso alle banche italiane di diventare banche d’affari, scommettendo nella bisca del capitalismo come già in realtà facevano quelle britanniche. Prese avvio una politica di privatizzazione delle banche e di concentrazione, che ha coinvolto anche gli enti assicurativi, gettatisi voraci sul malloppo dei fondi pensione. I risparmi degli italiani sono in ostaggio di questi enti ciclopici diretti da manager dalla dubbia moralità e dalle ancor più dubbie amicizie, e questo dovrebbe togliere il sonno a più di qualche risparmiatore. Per questo bisogna nazionalizzare senza indugio ne ipocrisia le banche più grosse, difendere Eni, Enel e Finmeccanica da ogni idea di smantellamento e privatizzazione e, contestualmente, rafforzare la gestione pubblica dei beni comuni come l’ambiente, l’acqua, l’energia, l’istruzione, la salute, i quali non possono essere lasciati nelle grinfie degli squali della finanza internazionale.

La necessità di deglobalizzare l’economia

La cosiddetta globalizzazione è il modo pudico con cui si è nascosta la guerra al ribasso delle condizioni di vita dei lavoratori e della legislazione sulle imprese, oltre ovviamente alla superconcentrazione di ricchezza, potere ed influenza in cerchie sempre più ristrette, e talvolta oscure. Per arginare il fenomeno, l’unica strada è quella di ripristinare i necessari controlli pubblici

sui movimenti internazionali di capitali, merci e persone, oltre che come abbiamo già detto puntare sullo sviluppo dell’economia nazionale attraverso i grandi progetti infrastrutturali. L’ipocrisia della cosiddetta “Sinistra no global” risiede appunto nell’idea che la globalizzazione possa essere contrastata smantellando gli Stati nazionali sovrani e le proprie strutture giuridiche e morali. Una follia che non a caso pone i movimenti  cosiddetti antagonisti nello stesso campo di eversione di Soros, che oltretutto è noto per finanziare lautamente molte di queste organizzazioni per scopi “umanitari” e “filantropici”.

La necessità di una riforma della fiscalità

In un precedente articolo abbiamo affrontato nel dettaglio l’idea di una net asset tax in sostituzione dell’Irpef, che si configuri come una sorta di patrimoniale permanente al 3% (al netto dei debiti ovviamente). Ci limitiamo qui a ricordare come in Italia (in cui pure la situazione è decisamente migliore rispetto ad altre nazioni come Usa, Regno Unito e Germania) il 10% della popolazione detiene il 45% della ricchezza, e che quindi l’introduzione di una simile forma di tassazione avrebbe un dirompente effetto redistributivo in favore dei consumi e degli investimenti, dato che più una persona è ricca più tende a tesaurizzare acquistando (prevalentemente) asset finanziari ed immobiliari. In Italia la ricchezza al netto dei debiti è di 5500 miliardi, 5000 se si pensa di prevedere una soglia minima al di sotto della quale l’imposta non venga riscossa. Ebbene, con un gettito di 150 miliardi all’anno è più che fattibile eliminare completamente l’Irpef, l’odiosa imposta sul reddito che penalizza il lavoro e tende a favorire chi è anziano, non ha debiti e vive di rendita.

La necessità di ripensare all’umanesimo del lavoro

La partecipazione dei lavoratori alla gestione tecnica delle imprese ed ai guadagni di produttività non è solo un imperativo morale non più demandabile, ma anche un’idea saggia sotto il profilo economico, per diversi ordini d’idee. Con un colpo solo, sarebbe possibile porre fine alla lotta di classe, disinnescare la triade (Cgil-Cisl-Uil che solo danni ha causato negli ultimi 30 anni) ed incrementare considerevolmente tanto il tenore di vita quanto la considerazione sociale e financo culturale dei lavoratori medesimi, finalmente sottratti alla degradante mansione di bestie salariate, in particolare nell’epoca della flessibilità, ovvero della distruzione delle aspettative di vita di milioni di persone, sovente impossibilitate persino a fare dei figli. In Italia, oltretutto, questo progetto ambiziosissimo troverebbe l’avallo della “costituzione più bella del mondo”, che all’articolo 46 parla né più né meno che di questo. Strano il mondo, quando si adora feticisticamente un testo sacro e poi si fa esattamente l’opposto di quanto prescrive. Tipico, del resto, di tutte le “Religioni del libro”, ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

Matteo Rovatti

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