iva e accise tasiRoma, 8 apr – Non basta evitare lo scatto delle clausole di salvaguardia su Iva e accise, che comporterebbero 54 miliardi in più sulle spalle degli italiani nell’arco dei prossimi tre anni, per poter affermare che non si sono alzate le tasse. Perché può anche essere vero ma, a legislazione corrente, la pressione fiscale è destinata a salire dal 43.5% del 2015 al 44.1% del 2016, in virtù del fatto che i risparmi che ci si attende di conseguire non sono esecutivi, ma solo previsti.

Da dove verranno questi risparmi? In parte dalla revisione della spesa, in parte dallo sfoltimento delle agevolazioni fiscali, in parte dalla razionalizzazione degli acquisti di beni e servizi, in parte da una nuova stretta sugli enti locali. Ed è proprio quest’ultima la “voce” destinata a far discutere. E, probabilmente, a non cambiare se non di qualche decimale la partita sull’esosità del fisco.

Stando ad un recente studio condotto dalla Cgia di Mestre, dal 2011 ad oggi i tagli che lo Stato centrale ha impartito alle casse di comuni e regioni si attestano ad oltre 77 miliardi di euro. Si tratta di una dieta imposta che mediamente, ogni hanno, ha comportato più di 15 miliardi di mancate risorse per gli enti locali. Sindaci e governatori hanno dovuto quindi procedere a loro volta a dover centellinare le spese, riducendo i servizi e tentando di risparmiare dove possibile. La loro virtuosità non è, nella pressoché totalità dei casi, stata sufficiente per compensare e, quindi, hanno dovuto far ricorso al ritocco all’insù delle imposte o delle addizionali di loro competenza. Morale? “La minor spesa pubblica a livello centrale è stata pagata in gran parte dai cittadini e dalle attività produttive che hanno subito un fortissimo aumento delle tasse locali. Il passaggio dall’Ici all’Imu/Tasi, ad esempio, ha incrementato il peso fiscale sui capannoni mediamente dell’80 per cento, con una punta massima di oltre il 160 per cento per quelli ubicati nel Comune di Milano”, spiega il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi.

Il Def 2015, pur essendo documento non vincolante ma previsionale di finanza pubblica, non sembra discostarsi da questa tanto abusata pratica di spostare l’imposizione dal centro alla periferia. Una sorta di federalismo fiscale per consentire al governo di turno di annunciare che non ha aumentato le tasse.”I Sindaci -ha osservato sempre Bortolussi- sono diventati i nuovi gabellieri con sempre meno risorse a disposizione non hanno vie d’uscita. Anche la tanto sbandierata local tax rischia di diventare l’ennesimo obolo che magari ridurrà il numero delle tasse locali, ma non l’importo che famiglie e imprese saranno chiamate a pagare”.

Anche qualora il governo riuscisse a raccogliere i miliardi necessari per scongiurare gli aumenti di inizio 2016, lo farà quindi -in parte- scaricando la responsabilità su quegli amministratori chiamati ogni giorno a confrontarsi con i cittadini. I quali, in definita, saranno chiamati a pagare per non dover vedersi aumentare l’Iva. L’abuso del principio dei vasi comunicati come prassi di politica fiscale.

Filippo Burla

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