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Roma, 15 mag – Serrate, lockdown striscianti e ulteriore compressione della domanda interna. Risultato? Il 15% delle aziende italiane è a rischio chiusura. 73.200 in totale, di cui quasi 20mila nel Mezzogiorno (19.900) e 17.500 al Centro. Sono questi gli allarmanti numeri che giungono da un’indagine che la Svimez, insieme al Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne, ha condotto su un campione di 4mila imprese manifatturiere e dei servizi.

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Aziende a rischio soprattutto nei servizi

La pandemia e le misure di contenimento, al netto del dibattito sulla loro utilità, sono giunte come uno tsunami su un tessuto economico già in difficoltà. “Quasi la metà (48%) delle imprese italiane – si legge – è fragile (non innovative, non digitalizzate e non esportatrici). Al Sud arrivano al 55%, per quasi il 50% al Centro, per il 46% e il 41% rispettivamente nel Nord-Ovest e nel Nord-Est”. Divari che “confermano la tesi Svimez di “nuova questione del Centro”, che ha un’incidenza più vicina a quella del Mezzogiorno”. Più nello specifico, nel settore dei servizi “i deficit di innovazione e digitalizzazione fanno sì che le imprese fragili superino il 50% a livello nazionale, sfiorando il 60% al Sud”, mentre “nel comparto manifatturiero sono fragili in Italia il 31% delle aziende, che salgono al 39% nel Mezzogiorno”.

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Ne consegue che tra le aziende a rischio sia il comparto dei servizi quello maggiormente in affanno. Il 17% delle imprese del terziario, infatti, risulta in pericolo espulsione dal mercato, contro il 9% delle realtà manifatturiere. “Sono quelle che hanno forti difficoltà a “resistere” alla selezione operata dal Covid come risultato di una fragilità strutturale”, si legge sempre nello studio. Una fragilità dovuta da un lato all’assenza di innovazione, dall’altro a previsioni negative per il 2021: quasi un terzo delle imprese segnala la possibilità di chiudere in “rosso” anche quest’anno.

Filippo Burla

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