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bancarotta bail-inRoma, 22 feb – Dopo il governo, l’Abi e Banca d’Italia, anche Confindustria si unisce al coro di chi – pur in ritardo – si accorge che forse far pagare, tramite lo strumento del bail-in, a creditori e correntisti il salvataggio (ora il fallimento si chiama così) di una banca non è stata una grande idea. E non solo per motivi di natura etica, dato che nella stragrande maggioranza dei casi il possessore di obbligazioni subordinate non è un avido speculatore. Ma anche per questioni di natura prettamente economica, legate a questioni di fiducia, crescita e stabilità sistemica.

A segnalarlo è il Centro studi Confindustria, in una ricerca firmata da Luca Paolazzi e Ciro Rapacciuolo. I due ricercatori parlano di “regole controproducenti non solo per le economie dei paesi periferici, dove oggi si registrano le maggiori difficoltà, ma anche per quelle dei paesi core, che più hanno ispirato quelle regole”. Le maggiori critiche vanno al bail-in che, se riguardasse una sola banca, “potrebbe costituire un deterrente al moral hazard e quindi essere uno strumento di risoluzione accettabile”, spiegano. Se però la crisi fosse sistemica (come rischia di essere) allora la trovata firmata Ue-Bce rischia di produrre più guai che altro: “Con il bail-in – continuano Paolazzi e Rapacciuolo – i contribuenti sarebbero chiamati a pagare il conto non una, ma quattro volte. Primo, con la perdita di valore dei loro asset, a causa del crollo delle quotazioni di Borsa e dei prezzi delle case. Secondo, con la diminuzione del reddito. Terzo, con la perdita di posti di lavoro. Quarto, con l’incremento della tassazione e/o con il taglio della spesa pubblica, necessari a coprire il deficit pubblico causato dal peggioramento dell’economia”. Una bocciatura senza appello.

Se per le scelte passate il giudizio è impietoso, meglio non va per quelle prospettate nel futuro a breve. Nel mirino dei due ricercatori finisce la proposta – tedesca, ça va sans dire – di limitare l’acquisto di titoli di stato domestici da parte delle banche. Una scelta che avrebbe “gravi controindicazioni” e addirittura “effetti dirompenti sulla tenuta dell’Unione europea” stessa. “Se oggi – continuano dal Csc – venisse ridotto l’acquisto di titoli sovrani da parte delle banche, facendo venire meno una importante fonte di domanda per tali bond, nei paesi dell’Eurozona con debiti pubblici maggiori i rendimenti dei titoli di Stato risulterebbero strutturalmente più elevati che altrove. Riflettendosi sul costo dei prestiti in tali paesi, ciò limiterebbe l’accesso al credito, comprimendo la crescita. In un circolo vizioso che minerebbe proprio la sostenibilità dei debiti pubblici. Esattamente l’opposto di quel che si vorrebbe ottenere con il limite ai titoli di Stato nei bilanci bancari, cioè di far fluire più fondi delle banche a imprese e famiglie, per sostenere la crescita”. Vista l’eterogenesi dei fini cui l’Ue ci ha abituato, non è perciò detto che in effetti la geniale idea di Schaeuble – il già ministro unico dell’economia dell’Unione, l’idea di Padoan di costituirne uno è palesemente in ritardo – non possa trovare rapida applicazione.

Filippo Burla

 

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