banche popolariRoma, 24 gen – A Piazza Affari i titoli delle banche Popolari hanno subito pesanti perdite e ieri, in chiusura di Borsa, sono stati tra i pochi certificati di credito ad aver perso in una giornata contraddistinta da rialzi quasi spumeggianti determinati dall’entusiasmo riposto nell’annunciato quantitative easing che la Bce inizierà nel prossimo mese di marzo.

Le Popolari ne sono invece uscite in ribasso a seguito delle notizie trapelate dalla riunione dei presidenti di uno dei principali poli del credito italiano. Senza sorprese i rappresentanti delle banche si sono opposti alla riforma del settore avviata dal governo. Per i rappresentati delle società direttamente interessate il decreto rischia di “trasferire la proprietà di una parte rilevante del sistema bancario alle grandi banche internazionali”.

Se il decreto diventerà legge dieci banche popolari saranno trasformate in Spa e le regole sui diritti di voto cambieranno. L’eliminazione del voto capitario – che consiste nella regola per la quale ogni socio è titolare di un singolo voto indipendentemente dal numero delle azioni possedute o rappresentate – favorirà i blitz esterni e indebolirà la conduzione familiare.

Assopopolari pare abbia già redatto una perizia che attesterebbe l’incostituzionalità del decreto. Lo rivelano le ultime indiscrezioni stampa di Milano Finanza. La stessa associazione ha definito il decreto “ingiustificato” annunciando di non voler lasciare nulla di intentato “perchè il decreto venga meno e l’ordinamento giuridico continui a consentire a tutte le banche popolari di mantenere la propria identità””.

La riforma annunciata da Renzi rischia di essere fortemente modificata se non addirittura cancellata come già successo in passato. Non si tratta solo di un intervento che, se dovesse davvero vedere la luce, potrebbe rendere l’Italia un territorio più appetibile al cannibalismo dei capitali esteri ma anche di uno strumento che potrebbe spianare la strada al salvataggio di Mps.

La banca senese è il terzo istituto di credito del paese, di conseguenza troppo grande per fallire soprattutto perché, da un lato, detiene quote consistenti del debito pubblico italiano (in titoli di stato) e, d’altro canto, deve ancora restituire alle casse pubbliche i denari ricevuti in prestito dal Governo Monti per rimanere a galla, all’indomani dei suoi giorni più neri. Come se non bastasse, in seguito alla bocciatura ricevuta dopo gli stress test dello scorso ottobre, Mps deve racimolare 2,5 miliardi di euro attraverso un aumento di capitale e dovrà sottostare a requisiti di patrimonializzazione più rigidi secondo le ultime direttive volute dalla Bce.

In definitiva a Siena servono soldi freschi. Varare una riforma delle Banche Popolari che preveda l’eliminazione del voto capitario, almeno le banche popolari quotate (come Ubi, Bpm e Banco Popolare) significherebbe, di fatto, equiparare le popolari alle banche commerciali e, quindi, spianare la strada per un’eventuale fusione tra Monte dei Paschi e Ubi Banca. Si darebbe così vita ad una nuova entità che deterrebbe il 12% di quota di mercato del credito in Italia. E Renzi così salverebbe capra e cavoli.

Giuseppe Maneggio

 

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